Πέμπτη, 24 Ιουλίου 2014

“IO HO DUE MAMME”: L’AMORE OLTRE LE BARRIERE DELL’IPOCRISIA

S
iete delle adulte egoiste, metterete al mondo un figlio infelice. Silvia e Fabiana erano state ammonite da familiari e conoscenti, quando comunicarono l’intenzione di avere un bambino. Tempi duri per essere madri, soprattutto se in casa le aspiranti mamme sono due. Silvia e Fabiana sono le genitrici di Sara, una bambina bellissima di quattro anni. La loro piccola è il frutto di un amore sbocciato oltre dieci anni fa. La legge italiana vieta alle coppie omosessuali di ricorrere alla fecondazione assistita, ma il sogno di formare una famiglia è a portata di aereo. Un desiderio costoso, in termini economici e psicologici.

Se le norme sulle adozioni fossero più flessibili, quante coppie gay opterebbero per questa possibilità? «Probabilmente Sara sarebbe arrivata comunque nel modo in cui l’abbiamo concepita, ma abbiamo tanta voglia di un altro figlio che sarebbe bellissimo adottare, se solo fosse possibile».
Lo scorso inverno è arrivata un’altra cicogna in terra sarda. Ha portato una bimba bionda con occhi blu, Mathilde.
Marcella e Michelle-Ange l’hanno sognata per quasi un anno
. Il volo verso Barcellona, cariche di speranze e dubbi. La stimolazione ormonale avrà funzionato? Riusciremo a diventare mamme? Stiamo facendo la cosa giusta? Mettere al mondo un figlio è da sempre un atto d’amore e di grande incoscienza. Nessuno di noi ha scelto dove nascere, con quali desideri e talenti. Nel bene e nel male è stata, per tutti, una questione di sorte. «Eravamo spaventate a nostra volta, volevamo questo figlio, ma ci siamo poste anche un sacco di interrogativi: crescerà bene? Accetterà la sua storia? Sarà felice? Noi oggi l’abbiamo fatta - prosegue Michelle-Ange - e speriamo che un domani viva bene questa condizione. Ad ogni modo, come ci siamo sempre dette, che sarebbe successo se nostra figlia avesse avuto la pelle di colore diverso rispetto agli altri, se fosse stata diversamente abile o semplicemente grassa? Senza dubbio sarebbe arrivato un momento in cui un compagno di scuola insensibile l’avrebbe presa in giro».
In un mondo dove la differenza è un disvalore è difficile vivere dadiversi. «È vero, la sua differenza è colpa nostra, perché l’abbiamo creata noi. Ne siamo consapevoli».

Tu quante mamme hai? Sara è pronta per mangiare il suo gelato alla fragola. È una bella giornata, fa caldo. Silvia racconta la loro storia. «Io e la mia compagna stiamo insieme da oltre dieci anni e volevamo tanto avere una bambina bella come Sara. Quindi siamo andate a Madrid, per prendere il semino che mamma Fabi ha scelto e ha messo nella mia pancia, abbiamo aspettato e aspettato e dopo nove mesi, anzi otto, è arrivata Sara: aveva tanta fretta di vedere il mondo». Silvia sorride alla sua bambina: gli occhi grandissimi e birichini spuntano dalla coppetta appoggiata sul tavolo. «Sara ha due mamme, conosce la sua storia, la racconta a tutti. Esistono tanti tipi di famiglia e lei lo sa»
Quando ha saputo di essere incinta, Silvia ha incontrato i suoi parenti più stretti per annunciare che presto sarebbe arrivato un bambino. «Tutti immaginavano che avessi finalmente trovato un uomo e che magari mi sarei sposata. Ma ho subito precisato che il bimbo non avrebbe avuto un padre, bensì un’altra madre: la mia compagna». Fino a quel momento non tutti sapevano della relazione con Fabiana. Sarebbe arrivata una bambina infelice, secondo alcuni pronostici, che avrebbe sofferto per la mancanza del papà. Tuttavia, non pochi studi (dal 1970 ad oggi sono stati eseguiti circa 1600 studi sul tema dell’omogenitorialità, ndr) dimostrano che i figli cresciuti in famiglie omogenitoriali hanno le stesse possibilità di sviluppo, e anzi molto spesso hanno una maggiore apertura mentale «non perché siano migliori, ma perché crescono in ambienti dove la diversità è un valore e ricevono più stimoli da questo punto di vista». È la qualità delle relazioni familiari a fare la differenza, indipendentemente dal sesso dei genitori.
mammegay bambino
Il percorso di Silvia e Fabiana non è stato sempre facile. «Chi ci accetta, comunque, ha spesso difficoltà a capire che siamo genitori allo stesso livello. La madre biologica, nelle coppie omosessuali, tende a essere considerato come l’unico vero genitore. Ma questo è un problema che hanno anche molti papà, spesso considerati genitori di serie b nelle famiglie tradizionali». L’omofobia e i pregiudizi interiorizzati vengono fuori non solo a parole, ma anche e soprattutto negli atteggiamenti quotidiani, nei piccoli gesti. «È inutile arrabbiarsi – prosegue Silvia – se la vera accettazione passa per i fatti, noi rispondiamo a nostra volta con i fatti».
Stanche del fatto che fosse sempre e solo Silvia ad essere interpellata quando Sara non mangiava o aveva il raffreddore, in quantovera mamma della piccola, «io e la mia compagna abbiamo deciso di reagire in questo modo: quando si rivolgono a me, risponde lei».
È difficile fare una stima precisa di quante siano in Sardegna le famiglie omogenitoriali. Solo quattro sono iscritte all’Associazione Famiglie Arcobaleno, compresa una coppia di aspiranti papà. Ma Silvia assicura di conoscerne almeno altre sette, che, semplicemente, fanno finta di essere genitori single. 

Di rientro dalla Spagna con la piccola Sara, Silvia ha dovuto compilare i moduli dell’ufficio anagrafe nei quali si richiedevano anche informazioni sul padre della bimba. «Mi sono rifiutata di raccontare falsità: dichiarare che il padre di Sara era morto o che io fossi una madre single. La verità è che noi siamo una coppia omosessuale. Quindi ho lasciato in bianco la parte del modulo che secondo l’impiegata avrei dovuto obbligatoriamente compilare con menzogne».
Silvia è la madre biologica di Sara. Di comune accordo con la sua compagna è stato deciso che lei avrebbe portato avanti la gravidanza, dal momento che aveva desiderio di vivere l’esperienza della maternità. In genere si opta per la più anziana della coppia, e da lì si procede alternandosi, nel caso in cui entrambe vogliano vivere la gestazione. Capita quindi che all’interno dello stesso nucleo omogenitoriale i bimbi abbiano cognomi diversi, pur essendo tra loro fratelli. Silvia e Fabiana hanno fatto ricorso ad una semplice inseminazione artificiale - andata a buon fine al secondo tentativo - con donatore anonimo, come la legge spagnola impone. In altri Paesi è possibile conoscere l’identità del donatore, lasciando quindi aperta la possibilità che il bambino vada alla ricerca di quel padre, una volta raggiunta la maggiore età. «Avremmo comunque scelto un donatore anonimo – precisa Silvia – per noi quello non è certamente un padre, per quanto il semino sia molto presente nelle nostre discussioni. Ci scherziamo sopra, perché esiste. Capita di dire a Sara: ‘Forse gli occhi li hai presi dal semino’, ma è solo un gioco».
Non è una questione di genere. Non ci sono cose da maschi e da femmine, ma cose che piacciono e cose che non piacciono, questa è la prima regola che Sara ha imparato. «Giochiamo sull’interscambiabilità dei generi – racconta Silvia – cercando di insegnare a nostra figlia che alcuni schemi culturali non hanno ragione di esistere». Lo scorso inverno la piccola è andata a scuola, qualche volta, indossando un grembiulino celeste. «Lei lo avrebbe voluto celeste dall’inizio, ma le abbiamo spiegato che gli adulti a volte si inventano delle regole sciocche, quindi le femmine devono usare il grembiule rosa. Ad ogni modo lo abbiamo comprato, dicendole che quando se la sarebbe sentita avrebbe potuto metterlo, sapendo però che rischiava di essere presa in giro. Quindi si è convinta che fosse meglio quello rosa, finché un giorno ha detto di essere pronta per indossarlo celeste. I compagnetti dell’asilo le hanno detto che sembrava un maschio e lei ha risposto che ci sono cose che piacciono e non piacciono e alcuni bambini si sono accontentati di questo».
omogenitorialita LIBRI
Quando Sara ha cominciato ad andare a scuola, prima al nido e poi alla materna, mamma Fabi e mamma Silvia hanno regalato alle maestre alcuni libri che spiegano la famiglia, nelle sue molteplici declinazioni, ai bambini. La casa editrice Lo stampatello nasce con questo obiettivo, per volere di due socie dell’Associazione Famiglie Arcobaleno. Quello che dal di fuori non si coglie, sembra sostenere Silvia, è che, in famiglia, l’amore e i ruoli non sono mai una questione di genere. «Come in ogni buona famiglia, per quanto riguarda le questioni pratiche come accompagnarla a scuola, preparare da mangiare e simili, siamo abbastanza interscambiabili. Ma poi ci sono cose che Sara fa solo con me e cose che fa solo con Fabi. Con me legge, con Fabi cura il giardino e si occupa del cane. Fabi è la più trasgressiva, quella che le fa mangiare le patatine e la vizia. Io, invece, sono quella bacchettona che la rimprovera».
La società sta cambiando, ma non tutti sono tolleranti. «La tristezza di manifestazioni come la protesta delle sentinelle in piedi (che recentemente hanno manifestato contro le unioni omosessuali, ndr) mi ricordano che esiste una minoranza, comunque radicata, di persone che osteggiano profondamente le nostre scelte. Ma io sono assolutamente convinta del fatto che basterebbero ventiquattro ore con le sentinelle per mostrare loro com’è la nostra bambina e come viviamo. Chi ci conosce ci accetta». Il limite di ogni desiderio, per una coppia gay, sono i soldi.Legittimare una situazione di fatto, richiede pazienza, tempo e tanto denaro. L’amore e la famiglia sono veri e proprie investimenti, molto più onerosi che per una qualunque coppia eterosessuale.
Silvia e Fabiana vorrebbero sposarsi «e sicuramente lo faremo», ma temporeggiano perché anche il matrimonio, rigorosamente all’estero, sarebbe una spesa consistente. «Siamo andate dal notaio, abbiamo pagato un sacco di soldi per tutelarci tramite scritture private eppure non abbiamo la certezza che se mai dovesse succedere qualcosa a me, che sono la madre biologica della bambina, la mia compagna potrebbe comunque occuparsi di lei». Per la legge italiana Silvia è l’unica mamma di Sara, Fabiana non esiste. «E lei si troverebbe orfana due volte. Noi abbiamo cercato di tutelarci: abbiamo scritto il nostro progetto di convivenza e di omogenitorialità dal notaio, nel quale diciamo che Sara è qua anche grazie al fatto che ci sono due mamme. Senza Fabiana non l’avrei fatta. Abbiamo scelto in due e anche economicamente abbiamo contribuito in due. La tutela legale della bambina era la nostra unica preoccupazione, quella che ci ha fatto aspettare anni prima di decidere di averla, e lo è anche adesso».

Omogenitorialita MICHELLE E MARCELLA
Mamma e maman. Marcella e Michelle-Ange sono state, prima che compagne, colleghe di lavoro e amiche. Si conoscono da dieci anni, quando Michelle è stata trasferita per lavoro in Sardegna. La loro relazione sentimentale è iniziata circa tre anni fa. Michelle ha 39 anni, Marcella 46. «Il nostro è un rapporto maturo, non è una storia da ragazzine», puntualizzano. L’idea di avere un figlio è venuta a Michelle. «Non avevo mai avuto il desiderio di diventare madre, pur avendo sempre avuto storie omosessuali, di cui una lunghissima. Con Marcella si». Le condizioni erano ben chiare: doveva essere un bambino fatto in due, «anche se siamo due donne».
«Ci siamo rivolte a un ginecologo che si occupa, a Cagliari, di fecondazione assistita, pur sapendo che in Italia non sarebbe stato possibile, nel nostro caso, avere un bambino», raccontano. «Abbiamo poi preso contatti con una clinica spagnola». Marcella ha portato avanti la gravidanza, ma Michelle è geneticamente la madre di Mathilde, in quanto donatrice dell’ovulo. «Inizialmente non sapevamo se tecnicamente sarebbe stato fattibile – ricorda Michelle – quando abbiamo avuto la conferma, l’unica raccomandazione del medico è stata quella di affrettarci. Essendo io abbastanza grande di età, era necessario stringere i tempi». Inizia la stimolazione ormonale. «Le iniezioni le ho fatte da sola, ho dovuto imparare. Non ho nemmeno smesso di lavorare durante la stimolazione. Viaggio tanto per lavoro, quindi è capitato spesso di dover fare le punture in aereo, per rispettare gli orari stabiliti», spiega Michelle. «Qua a Cagliari, poi, abbiamo fatto un controllo ecografico, prima della partenza, per capire se la stimolazione avesse funzionato». «Non abbiamo fatto niente di illegale – prosegue Marcella – anche se a noi sembrava di farla un po’ sporca. In alcuni momenti ci siamo sentite, forse esagerando, quasi delle ladre». Di certo Marcella e Michelle volevano tanto questa bambina. Se il transfer non avesse funzionato avrebbero tentato ancora. Più volte, assicura Michelle.
Fare un figlio per una coppia gay, anche se per le donne costa molto meno, è un investimento. Senza nessuna garanzia. Tuttavia, non solo le coppie omosessuali, ma anche quelle etero, spesso preferiscono recarsi all’estero per la fecondazione assistita. Meno restrizioni, meno burocrazia e tempi meno lunghi generano senza dubbio meno stress e la percentuale di trattamenti andati a buon fine è decisamente più alta rispetto al nostro Paese. La maternità desiderata da una coppia di donne costa almeno tremila euro a tentativo per una semplice inseminazione artificiale. Circa 1500 euro, come tariffa base, ai quali si aggiungono i costosi medicinali, la permanenza in Spagna, i viaggi e le visite. Per unaFivet (fecondazione in vitro) si sale a cinquemila euro. E gli spagnoli ridono. «Noi lo abbiamo sempre detto: ‘Se ne faranno di risate gli spagnoli’. Loro fanno i soldi e noi?». 

Il modo in cui Marcella e Michelle hanno concepito la loro bambina è vietato in Italia. «Marcella è italiana, io pure ho preso anche la cittadinanza italiana, pago le tasse qua, vivo qua: sono parte integrante di questo Paese. Lo Stato mi vietava di fare mia figlia, io sono andata all’estero e l’ho fatto lo stesso, l’ho portata qua e la crescerò qua. Cosa farò poi? Andrò all’estero, mi sposerò, la adotterò e poi sarà mia figlia a tutti gli effetti. È più lungo, più complicato, più oneroso, ma se vuoi, lo fai comunque».
I limiti della natura, i limiti della legge. Le coppie gay sono più solide, si lasciano meno di quelle etero. Il desiderio dei figli è un banco di prova, la famiglia una conquista. Il figlio di una coppia omosessuale non potrà mai essere un bambino nato per caso. È ricercato, desiderato, giunto con fatica. Ma se è vero che la possibilità di procreare per natura non rende bravi genitori, siamo davvero certi che i figli abbiano essenzialmente bisogno di una mamma e di un papà? Sulla necessità della famiglia tradizionale ci sarebbe da discutere, soprattutto per quanto riguarda l’apporto educativo della figura maschile. Generazioni e generazioni hanno avuto come riferimento padri che, nella pratica, erano solo poco più che un cognome. La storia racconta di gruppi di donne che allevavano in comune i figli che la guerra aveva reso orfani, gli sciagurati eredi della povertà che di padri non hanno mai sentito parlare. Nell’immaginario collettivo, forse, un’omogenitorialità al femminile risulta più accettabile anche per questo. «Possiamo testimoniare che i papà che abbiamo conosciuto sono perfettamente in grado di badare ai loro bimbi, sono dei mammi esemplari. I pregiudizi li avevamo anche noi e, in un certo senso, eravamo un po’ incuriosite dall’idea dell’omogenitorialità al maschile. Ma ci siamo ricredute dopo averli visti all’opera».

Michelle, come Marcella, è cresciuta in una famiglia tradizionale «e inizialmente pensavo che la bambina non avrebbe potuto chiamare entrambe mamma, pensavo che la mamma dovesse essere una e che sapere di averne due potesse creare problemi a Mathilde. In realtà, dai vari colloqui con gli psicologi, ho capito che non è affatto una questione di genere. Si può pensare che nella coppia di uomini manchi la dolcezza, mentre in quelle di donne manchi la figura autoritaria a dettare le regole. Posto che anche nelle coppie etero non è detto che questo accada, è comunque una questione di figure e atteggiamenti: una delle due parti deve rappresentare la dolcezza, ruolo che nel nostro caso è affidato a Marcella, l’altra la rigidità, il sacrificio, l’autorità, ruolo che nella nostra coppia spetta a me. I valori non hanno niente a che fare con l’essere uomo o donna».
Ora Michelle sa di poter sfruttare il vantaggio linguistico che esiste all’interno della sua famiglia: quando Mathilde chiamerà mamma si volterà Marcella, quando chiamerà maman sapranno entrambe che l’interessata sarà Michelle.
omogenitorialita Manifestation.JPG
Marcella e Michelle raccontano una città tollerante e matura, dove la parola d’ordine sembra essere ‘accettazione’. Durante la gravidanza, al consultorio, al nido: per le due donne non ci sono mai stati problemi. “Facciamo una vita normale, bella nella sua banalità. Nel quotidiano si parla di pannolini e malanni, come fanno tutte le mamme”. Secondo Michelle, l’Italia è pronta per un passo avanti di civiltà. “Non abbiamo avuto nessuna difficoltà né a lavoro, né nelle strutture pubbliche. La mamma di Marcella ha 70 anni: né lei, né le sue amiche hanno discusso la nostra scelta. Magari non la condividono, però davanti alla felicità non criticano”. E allora cosa manca per legittimare la situazione? “Fare una legge è più irreversibile, almeno nel medio termine, si ufficializza qualcosa che esiste certo, ma non è permesso. Io credo che un grosso freno per l’Italia sia il Vaticano”. Mathilde, tuttavia, è stata battezzata. Le due mamme hanno raccontato la loro storia e il sacerdote non si è opposto. “C’è stato un po’ di imbarazzo, non lo nascondo. Ci siamo rapportate ad una persona che non poteva approvare, ma almeno non ci ha sbattuto la porta in faccia. Ha detto semplicemente che lui non poteva giudicarci. Anche ammettendo che personalmente non fosse più di tanto contrario, comunque non avrebbe potuto dirlo, in quanto rappresentante della Chiesa”.

Famiglia di fatto, ovvero, famiglia. “Nessuno può vietarci di avere figli e noi lo facciamo. Ma per la legge italiana Michelle è un’estranea, nonostante geneticamente sia la madre di nostra figlia”. La grande di paura di Marcella è la mancanza di tutele legali per la sua bambina. Nella speranza che anche l’Italia faccia la scelta coraggiosa di riconoscere le tante situazioni di omogenitorialità di fatto (secondo l’Istat sarebbero 529 le coppie gay con figli a carico, ma il dato sembrerebbe sottostimato. L’indagine Modi.di. (2005), finanziata dall’Istituto Superiore di Sanità, afferma che sarebbero centomila i minori che vivono con almeno un genitore omosessuale) e che per Mathilde maman non sia solo una parola affettuosa, Marcella e Michelle sono pronte a raccontarle tutta questa bella storia. “Marcella ha un figlio di dieci anni, avuto da un precedente matrimonio etero. Gli abbiamo detto tutta la verità e l’ha sempre vissuta con naturalezza. A lui non sembra una cosa molto strana questa storia. Sicuramente è protetto dall’ingenuità di essere un bambino, non ancora in età critica. I bambini hanno una mentalità molto aperta che, purtroppo, gli schemi culturali chiudono troppo velocemente”.

http://www.ladonnasarda.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=561:io-ho-due-mamme-l-amore-oltre-le-barriere-dell-ipocrisia&Itemid=720

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