Πέμπτη, 25 Απριλίου 2013

Francia, ci si sposa finalmente!

È successo. Possiamo. E non mi sembra ancora vero.
Ricordo.
Avevo 13 anni circa e non sapevo ancora che fossi lesbica. In Francia. Sulla "Deuxième chaîne" (il secondo canale) c'era una trasmissione molto seria che si chiamava Les dossiers de l'écran. Con una musica inquietante in introduzione che mi ricorda oggi la musica di Psycho nella scena della doccia.
Quella sera il tema era l'omosessualità. Dopo il film, un dibattito. Si parlò solo di omosessualità maschile. Fu una serata quasi drammatica, come se si alzasse il velo su qualcosa di innominabile ma di cui si potesse per lo meno dibattere. Era il 1975. Sembra 2000 anni fa ! Io sentii solo i titoli ma di questa trasmissione si parlò per mesi, per anni. Fu la prima.
Ho conosciuto in Italia la mia prima amica lesbica. Avevo circa 28 anni. Dai 19 anni ai 28 io e Raphaelle abbiamo vissuto la nostra storia d'amore senza mai avere incontrato una altra nostra simile.
Non ci mancava all'inizio. Pensavamo essere le sole al mondo. Poi arrivò internet nelle case e fu tutta una rivelazione.
Quando conoscemmo la nostra coppia specchio, fu bellissimo. È come se finalmente potessimo guardarci da fuori e vedere noi stesse in altre. Allora c'erano ancora pochi film e nessuna serie e soffrivamo per la mancanza di rappresentazione delle nostre storie di vita. E poi quando arrivava qualcosa dall'America, erano storie cupe e drammatiche come se fosse impossibile essere felici e omosessuali.
Clandestini. C'eravamo e non c'eravamo. Chi sapeva taceva e abbassava la testa e schivava, evitava, faceva finta. E anche noi. Soprattutto noi.


Ma il dibattito si ampliava, i gay e le lesbiche prendevano la parola e si organizzavano e diventavano più forti insieme e imparavano a rispettarsi e a nutrirsi gli uni degli altri per acquisire sempre più dignità.
Quando ero bambina nel mio letto fantasticavo il mio futuro e sempre si bloccava nel 2000. Non riuscivo a proiettarmi oltre. Come se ci fosse un muro. Come se dopo non potesse esserci nulla.
Fu proprio il primo gennaio del 2000, prima di partire in viaggio, che Raphaelle mi disse al risveglio : "voglio un figlio, ora sono pronta".
La sera prima, con gli amici omosessuali con i quali avevamo festeggiamo l'arrivo del nuovo millennio, avevamo a lungo parlato di questo desiderio di diventare genitori e avevamo concluso che avremo dovuto farcene una ragione e che era meglio non pensarci troppo.
E la mattina lei mi dice questa cosa! Dopo anni che tentavo di convincerla!
Il primo gennaio del 2000 è cambiata la mia vita. Abbiamo passato la settimana a gironzolare per le vie di Praga e tra una birra bruna e un'altra, abbiamo fantasticato la nostra famiglia futura.
Poche settimane prima, a novembre del 99, era passata la legge sui PACS in Francia e noi, a marzo del 2000, ci saremmo pacsate al consolato di Francia di Napoli. Eravamo il numero 00000001. Orgoglio.
Non so se i PACS contribuirono a darci quella determinazione necessaria per fare questo passo: avere dei figli insieme grazie alle PMA. So di certo che il viaggio più silenzioso della nostra vita insieme furono quelle tre ore di treno che collegavano Bruxelles a Amsterdam, nel settembre del 2000.
Appena uscite dallo studio della ginecologa palermitana che lavorava all'AZVUB di Bruxelles (uno dei centri pubblici più importanti al mondo per la cura della sterilità) andammo alla stazione per prendere un treno per Amsterdam. Il medico ci aveva detto: potete iniziare il mese prossimo.
Tre ore sedute accanto in quel treno che sfrecciava nella pianura delle nostre fiandre natali. Abbiamo scambiato poche parole. Eravamo in una specie di sogno e me lo ricordo come se fossimo le uniche al mondo, in quel treno strapieno, ognuna sommersa nel sogno che si stava realizzando.
È difficile da credere per chi non ci è passato. È difficile da immaginare la somma della felicità mischiata all'ansia e al dubbio.

È stato un viaggio intenso. Non solo quelle 3 ore, ma i mesi e gli anni che seguirono.
Lisa Marie è nata 3 anni dopo. Un percorso lungo e doloroso dove scoprimmo che oltre a essere infertili per volere sociale, avevamo anche parecchi problemi fisici. Ma è nata. Alla fine ce l'ha fatta.
Se avessimo ascoltato i corvi neri del malaugurio e gli uccelli che gracchiano, Lisa Marie non sarebbe qui, bella, solare e passionale, l'adorata dei nonni siciliani che "guai a chi la tocca".
È nato Andrea, l'altro sole della nostra vita, pochi mesi fa.
Per lo stato francese e quello italiano eravamo due single con figli iscritti sullo stesso stato di famiglia. Il PACS sottoscritto regolava solo parte delle questioni patrimoniali fra noi adulti.
Ora ci possiamo sposare. Andrea sarà mio figlio per la legge, e Lisa sarà figlia di Raphaelle per la legge.
È molto bello. Per noi e soprattutto per loro. Anche per la legge, saranno fratelli. E mi piace l'idea di avere tutti lo stesso cognome e la stessa cittadinanza.
Avremmo potuto sposarci come tante e tanti amici in Spagna, in Belgio, in altri paesi. Ma ci siamo sempre rifiutate. Era impensabile avere due cittadinanze e non essere cittadina piena in nessuno dei due.
Christiane Taubira, ministro della Giustizia francese e relatrice della legge, in un post di ieri, scrive: "Aprendo la casa comune del matrimonio civile alle persone omosessuali, mettiamo la parola fine alla contestazione sorniona della loro cittadinanza. Affermiamo con forza i loro diritti."
Ecco. È semplice. Non succederà nessun cataclisma. Nessuna apocalisse. Quelli succedono quando gli omofobi urlano che siamo assassini di bambini e picchiano i militanti nei circoli o per la strada.
Io e la mia già moglie e i nostri figli vivremo ancora qui in Italia. Spero metteremo un po' di scompiglio, ma solo per le questioni amministrative. Ci batteremo perché il nostro diritto alla vita familiare venga tutelato da questo stato, mi batterò perché Andrea, finora soltanto cittadino francese, possa avere la cittadinanza italiana mia. Mio figlio sarà italiano e francese. Come me. Mi batterò perché l'altra madre di Lisa possa firmare le pagelle di Lisa e votare per scegliere il rappresentante di classe. Ci batteremo insieme per essere anche qui cittadini pieni.
Abbiamo viaggiato tanto per arrivare qui. Un lungo viaggio interno e geografico. Lisa è stata concepita a Bruxelles, Andrea a Tarragona, io sono siciliana di sangue, campana di residenza e francese di cultura. Ci siamo fidanzate a Lille, al confine col Belgio, a un'ora da Londra. E' impensabile che in un'Europa unita, dove decidono perfino la percentuale di cacao che deve contenere la cioccolata che noi europei dobbiamo mangiare, noi cittadini omosessuali continuiamo a passare dei confini inesistenti fisicamente ma che ci tolgono o ci danno diritti e tutele a secondo di dove posiamo il piede.


È impensabile.
Ci sposeremo dunque. Anche se siamo già sposate da 32 anni. Il mio amico Giacomo dice scherzando che dopo 32 anni, generalmente si divorzia. Ma gli ho risposto che noi non facciamo nulla come gli altri !
In questi anni abbiamo accumulato bauli pieni di carte e documenti che diventeranno in un istante completamente inutili. Ci sposeremo. Sembra una cosa da niente. Ma un po' è straordinario. Per noi omosessuali lo è davvero. Forse perché non era previsto all'inizio del nostro cammino. Nel 1975, nessuno avrebbe scommesso che circa 35 anni più tardi AVREMMO POTUTO SPOSARCI.
La Francia è il nono paese in Europa e il 14° nel mondo ad avere dato piena cittadinanza ai cittadini omosessuali.

Sono felice di non essere più una clandestina in uno dei miei paesi. Questi giorni, mi sento orgogliosamente francese e tristemente italiana. Lo so che bisognerà lavorare ancora, tanto, per dare piena cittadinanza agli omosessuali e transessuali in Italia. Noi faremo la nostra parte.
GIUSEPPINA LA DELFA

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