Δευτέρα, 9 Δεκεμβρίου 2013

La gestazione per altri e ' violenza sulle donne?

http://youtu.be/SBW8TVB5ZWQ

Le Famiglie Arcobaleno esistono: di Maria Novella De Luca







Forse era così, probabilmente.
Oggi invece lo scenario è abissalmente diverso, e apre inquietanti interrogativi. Basti pensare che è di questi giorni la notizia che le donne indiane, che ormai a migliaia affittano il proprio utero alle coppie occidentali, hanno chiesto una specie di salario minimo garantito. A riprova del fatto che l’industria delle madri surrogate è diventata in India, come in alcuni paesi dell’Est, una sorta di vero e proprio lavoro per le donne più povere, spesso con marito e figli a carico, che non avendo altra fonte di guadagno, affittano se stesse. Nel loro utero viene impiantato un embrione altrove creato, e alla fine dei nove mesi queste gestanti a tempo dovranno dare il bambino che hanno cresciuto in grembo ai “genitori” dell’embrione.
Le donne indiane vengono contattate nei villaggi più poveri dagli emissari delle cliniche della fertilità, e poi trasferite in vere e proprie case di gestanti, dove per nove mesi, con il divieto tassativo di avere contatti con la famiglia, vivono la gravidanza.
Un isolamento che le coppie occidentali, etero, gay, ma anche single, pretendono perché le madri surrogate non vengano “inquinate” in alcun modo da situazioni che potrebbero minacciare il loro bambino (vedi cibo, acqua infetta, malattie) esattamente il mondo da cui queste donne provengono, e dove, consegnato il bambino, torneranno. Alla loro povertà cioè. Quella che permette di comprare a buon prezzo un utero (alle madri indiane vanno circa 7-8mila euro, altri 15-16mila alle cliniche) e riportarsi a casa un figlio.
Già. E i nove mesi di gestazione dove vanno a finire? Quella relazione incredibile che si crea nei mesi della gravidanza, tra vita e vita? Interrotta. La madre indiana viene pagata e scompare. Non importa se magari nei nove mesi si è affezionata a quell’essere che ha nutrito, e fatto crescere dentro di sé. E’ vero: quei sette ottomila euro sono una piccola fortuna per una donna di un villaggio povero, permettono di pagare debiti, di far studiare i maschi della famiglia. E infatti oggi accade che più donne di una stessa famiglia affittino il loro utero contemporaneamente.
Ma è giusto tutto questo? O non è una forma falsamente liberal di violenza sul corpo delle donne? E dove le donne stesse, pagando per affittare un altro utero, fanno violenza ad altre donne, povere e non istruite? (Se infatti poi qualcosa accade durante la gravidanza, se la “portatrice” si ammala, se capita un aborto spontaneo, beh, alla portatrice non spettano più nemmeno i soldi).

Perché qui non si parla semplicemente di donazioni di gameti, che incide soltanto minimamente nella vita di chi offre dietro compenso i propri ovuli o il proprio seme. Qui c’è la vita che cresce, c’è un parto, ormai sempre più coppie scelgono addirittura di restare in India qualche settimana in più per far allattare i loro figli alle madri surrogate….Si sa, il latte materno è un formidabile antibiotico naturale. Così accade che il legame si faccia ancora più stretto, fino a che però la coppia pagante non decide che è tempo di tornare a casa. In America, Italia, Spagna, Francia, Israele…
C’è qualcosa di terribile in questa macchina della maternità. Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne: anche questo è sopruso, proviamo a ricordarlo.

37 COMMENTI

  • Maria Novella De Luca 27 novembre 2013 alle 12:06
    @tutti Vi ringrazio per i contributi, tutti interessanti e stimolanti. Come se sempre sui temi bio-etici le posizioni possono essere diverse, a volte distanti, l’importante è parlarne, com pacatezza. Grazie a tutti e il dibattito continua. Maria Novella De Luca
  • Caro Luca, non posso che confermarle le mie perplessitá ma le auguro ogni bene a lei e alla sua famiglia.
  • Caro Giuseppe,
    mi sembra che nel suo discorso si identifichi totalmente l’idea di maternità con quella di gravidanza. Per carità: la relazione che si instaura fra una donna e un bambino che cresce nel suo grembo è straordinaria e importante. Ma penso che ancora più importante sia la relazione che si instaura con un bambino nell’accudirlo mentre cresce, nell’accompagnarlo nel suo percorso, nel vivere assieme ogni singolo momento della vita quotidiana.
    Pensi ad esempio all’adozione, dove la genitorialità non nasce dalla pura filiazione, ma dall’accoglienza e l’amore.
    Lei mi risponderà che è una cosa diversa, che il rapporto con la madre adottiva nasce da una necessità, non da una scelta.
    Ma questo punto non cambia la sostanza delle cose: una madre adottiva è madre a tutti gli effetti. La sua non è un’esperienza dimezzata. E nella vita del bambino la separazione fra chi lo accolto durante la vita intrauterina e chi lo ha fatto dopo non si dimostra un’esperienza agghiacciante.
    Conosco altri bambini nati con questa tecnica, e li ho visti felici, sereni, coscienti della propria origine ma non per questo feriti. Auguro ovviamente lo stesso ai miei.
    Questo significa “banalizzare” la maternità? Al contrario. Significa dargli un valore superiore, non ridurlo ad un puro fatto biologico.
    I miei figli conosceranno chi li ha portati in grembo, potranno abbracciarla, ringraziarla. Ma sapranno anche che quella persona non è la loro madre, ma una persona importantissima e dolce che ha contribuito a dargli l’enorme dono della vita.
    Lo dico con sincerità Giuseppe… Non ci vedo nessuna violenza, nessuna superficialità…
    Ma non tenterò di convincerla oltre. La ringrazio comunque per la pacatezza con cui ha voluto affrontare questo tema.


  • Caro Luca, continuo questa discussione perchè lei si rivolge a me, anche se temo di toccare dei tasti troppo sensibili entrando da estraneo nella sua esperienza, comunque le devo dire che più ci penso e più emergono dubbi e perplessitá. Il fatto che lei stesso ammetta che ci sia stata una transazione economica. La leggerezza con cui questa ragazza, giá madre di tre figli decide di accogliere nel suo grembo un bambino per nove mesi per poi spezzare questa intimissima relazione che il senso comune e la scienza considera fondamentale per una persona. Il senso di precarietá trasmesso agli altri figli della ragazza, per i quali essere usciti da quel corpo non significherá più nel loro inconscio il senso profondo delle loro origini bensì un evento casuale. La negazione pianificata dell’aspetto “carnale” della relazione come se fosse irrilevante nella costruzione della persona. No, mi dispiace, nel caso della ragazza se non c’è stata mercificazione è perchè c’è stata una banalizzazione della maternitá vista più come gioco piuttosto che come evento che da senso ad una esistenza. C’è stata anche, e questo riguarda purtroppo anche lei, una entrata gamba tesa in un ambito, quello della maternitá e della nascita, con la certezza di aver soddisfatto dei vostri desideri e senza alcuna certezza di quello di cui i vostri figli sono stati privati.
  • Caro Giuseppe, capisco con sincerità i suoi problemi nell’accettare l’idea di una relazione di tipo economico. Li capisco talmente tanto che, guardando il tutto dall’esterno e quando non conoscevo ancora questa realtà, era uno degli aspetti che, proprio come lei stentavo a capire.
    E’ vero che esiste una transazione economica e penso anche che in molti casi sia una condizione abilitante. Del resto, ad esempio, Kelly non avrebbe potuto dedicarsi completamente un anno a questo progetto se non avesse avuto un minimo di rimborso spese.
    Ma il punto è che per una persona come Kelly questo tipo di esperienza non rappresenta l’unico tipo di introito economico possibile: terminata la gravidanza ha impiegato circa due mesi per trovare il lavoro per il quale ha studiato dove guadagna più del doppio del mio assegno mensile. Non si tratta di una opzione disperata, dell’unica soluzione per tirare a campare.
    Rappresenta una scelta, che – le assicuro – nel suo caso è carica di altruismo e di senso del dono.
    Non si da un prezzo ad una maternità, ne’ tantomeno ad un utero. Si compensa invece la disponibilità, le cure, gli abiti da gravidanza, la baby sitter di cui ha avuto bisogno quando è stata in clinica per esami o per fare l’impianto.
    Francamente non penso di aver “affittato un utero”. Mi sembra un po’ un’immagine da macelleria. Io ho avuto come dono da Kelly tutta se stessa, tutti i suoi pensieri, il suo cuore. E questo, le assicuro, è un vero dono, che non è certo “sporcato” dai pochi soldi che le ho passato.

  • Non credo che il paragone fra affitto di utero e affidamento possa reggere. Nell’affido c’è un bambino che, per sua sfortuna, è in stato di abbandono. Nell’affitto di utero l’abbandono del seno materno è pianificato ancora prima della sua nascita. Nel periodo dell’affido i costi per la cura del bambino sono chiaramente superiori al rimborso riconosciuto. Nell’utero in affitto è invece assicurato un ricavo netto. Non ci può essere scopo di lucro nell’affido, nell’utero in affitto si, e mi sembra che lo sia sempre.
  • Anche nell’affido la famiglia affidataria percepisce un assegno mensile (oltre ad usufruire di permessi e congedi), ma sfido chiunque a sostenere che tale famiglia scelga l’affido per interesse e non generosità.
    Bisognerebbe ascoltare le testimonianze di chi ha vissuto l’esperienza della gestazione per altri senza preconcetti e senza proiezioni personali. E accettare che, oltre a pensarla diversamente, le persone possono vivere diversamente anche le esperienze della vita.

  • Dispiace doverlo far notare, perchè il coinvolgimento emotivo di questo genitore è profondo e sincero, ma temo che 1400 euro al mese per oltre nove mesi è un reddito per il quale, in questo periodo di crisi, parecchi trentenni disoccupati con 3 figli a carico sarebbero disposti a vendersi l’anima. Nonostante l’operazione si sia svolta in un clima caldo e accogliente sempre di transazione economica si è trattato e l’oggetto della transazione è stato la parte più intima del corpo di questa donna. Mi domando come i suoi figli interiorizzeranno questa esperienza. Se è stato così facile per loro madre offrire sè stessa e dare via il bambino che ha accudito nel proprio corpo per nove mesi saranno capaci di sentire ancora il valore del legame profondo, carnale, con il corpo che li ha generati? Svilupperanno anche loro questa “generositá” intesa come capacitá di darsi agli altri senza farsi scrupolo del fatto che in noi c’è qualcosa, la capacitá di dare la vita, che è nostra ma non ne possiamo disporre perchè ha un valore troppo grande per poter diventare oggetto di scambio?
  • Gentile Maria Novella,
    io sono padre grazie ad una Gravidanza per Altri, realizzata in California. La donna che ha portato nel suo grembo i miei figli si chiama Kelly, è una ragazza di 31 anni, con tre figli, regolarmente sposata e con tanto di casa di proprietà. Suo marito Paul è medico, ancora specializzando ma con ottime prospettive.
    Kelly ha finito i suoi studi di psicologia in ritardo, verso i 28 anni. Del resto aveva dovuto interrompere per le tre gravidanze e quindi ci ha messo un po’ di più. Finito il suo master e prima di trovare un lavoro (oggi lavora come consulente scolastico in una scuola superiore) ha deciso di fare un’esperienza con la Surrogacy. Una sua cara amica, con problemi di fertilità, aveva utilizzato questo metodo per avere il suo primo figlio. Lei all’epoca non aveva potuto aiutarla, perchè non aveva ancora avuto bambini. Ma questo desiderio le è rimasto dentro. Per cui, mentre scriveva la sua tesi, ha deciso di mandare il suo curriculum ad una agenzia ed è entrata in contatto con me.
    Nell’anno in cui ha fatto tutti gli esami preventivi, fatto le cure di supporto ed, infine, portato nel suo grembo i miei due gemelli, ha percepito un piccolo compenso mensile. Circa 1400 euro, poco meno di 2000 dollari. Molto meno di quanto non guadagni ora che, finita la gravidanza, ha cominciato a lavorare in una scuola. Praticamente è quasi la stessa cifra che prende una tata a tempo pieno. Quasi la stessa retta per due bambini all’asilo nido.
    Il rapporto con Kelly è cresciuto nella gravidanza. Ci siamo scritti, parlati, fotografati, per sentirci vicini in tutto questo percorso. Sono andato a trovarla per il Thanksgiving, e ho passato dei meravigliosi momenti con lei e la sua famiglia.
    Quando ad un certo punto un distacco di placenta ha fatto temere il peggio Nicki mi ha tenuto al corrente ogni istante, messaggiato in ogni momento, rassicurato che stava prendedosi buona cura dei miei bambini.
    I bimbi sono nati un po’ in anticipo. Lei li ha tenuti fra le sue braccia mentre stavo correndo da loro dall’altra parte del mondo, ed infine me li ha messi delicatamente in braccio quando sono arrivato quasi 24 ore dopo. Era orgogliosa di farmi vedere i bambini. Abbiamo passato ore a carezzarli, guardarli. Kelly mi raccontava di loro e di come li aveva sentiti nella gravidanza. “Lo vedi come si muove la piccolina? Ero sicura che fosse lei a darmi tutti quei calci!”.
    Ci siamo visti tutti i giorni negli Stati Uniti. Finchè sono rimasto lì lei si è tirata il latte in modo da continuare a prendersi cura di loro. Ci siamo frequentati. Ho giocato a fare il “bad guy” del vecchio western con i suoi figlioli. Con qualche apprensione ho messo i miei figli fra le braccia di Skyler, la loro bellissima e bionsiddima bambina più piccola. E, come da tradizione, ci siamo bevuti qualche birra di fronte ad una bistecca alla brace con Paul, grande tifoso dei 49ers.
    Ora che sono tornato, che non c’è più nessun rapporto economico, ci scriviamo, ci scambiamo foto delle nostre famiglie. E iniziamo a progettare il momento in cui ci rivedremo.
    Le assicuro, gentile Maria Novella, che come lei aborro qualsiasi forma di sfruttamento del corpo femminile. Le devo confessare che questa è stata una delle motivazioni che per anni mi ha trattenuto dal progettare una famiglia attraverso la surrogacy.
    Ma, altrettanto sinceramente, non vedo nessuna violenza in questo processo. Nessun mercimonio di bambini o di affetti.
    Vedo solo tanto amore, tanto altruismo e tanta felicità.


  • Portatemi le prove che gli uteri non sono “affittati” quindi non c’è alcun movimento di danaro e inizierò anch’io a considerarle gravidanze “etiche” in tutti gli altri casi è mercificazione nel migliore dei casi, bieco sfruttamento negli altri. Non raccontatemi però di “rimborsi spese”….non giochiamo ulteriormente con le parole e con la mia (poca) intelligenza e con la vostra.
  • In realtà non è la surrogacy che genera lo sfruttamento delle donne nel nostro mondo. E’ il patriarcato. Il patriarcato, in tutto il mondo, a livelli diversi, mette a rischio di sfruttamento (anche) la gravidanza delle donne. Soprattutto le gravidanze ordinarie, quelle che qui idealizziamo e non ci sembrano a rischio solo perchè non c’è passaggio di denaro.
    Per questo in quei paesi dove non è possibile a nessun livello l’autodeterminazione della donna sono a rischio di sfruttamento tutte le gravidanze, quindi anche quelle per altri.
    Nelle situazioni in cui invece questo sfruttamento non c’è, la gravidanza di una donna (anche quella per altri) può essere un’esperienza bellissima di autodeterminazione. La Gestazione Per Altri, quella etica, secondo me ha qualcosa in comune con l’affido familiare: ti prendi cura per un periodo di un bimbo di cui non sarai mai genitore (e lo sai fin dall’inizio). Quando non ha più bisogno di te lo riaffidi ai suoi genitori. Il fatto che lo stato, nell’affido familiare, dia un sostegno economico alla famiglia affidataria non è il motivo per cui lo fai.
  • Caro Giuseppe, che un bambino sia una merce e che sia un bene per un consumatore sbrigativo lo dice lei e non corrisponde affatto alla realtà di chi si rivolge ad una madre surrogata per avere un figlio. Non si fa un percorso così complesso e delicato per avere un figlio come un pupazzo da mettere in mostra in salotto. Quelli che nascono sono dei veri esseri umani, con dei sentimenti, dei figli che ti caricano di responsabilità per tutta la vita e che sarebbero molto offesi da sentire che lei li considera delle merci perché sono nati grazie all’aiuto di una terza persona ( diciamo anche di una terza famiglia perché vi partecipa tutta). Io credo che prima di dare dei giudizi così superficiali di cose che conoscete solo per sentito dire considerare che offendete l’esistenza di questi bambini che senza i vostri pregiudizi crescono benissimo. Se invece volete insultare i genitori intenzionali e le donne che portano avanti la gestazione per altri ascoltate le loro storie prima di sentenziare.
    A Maria Novella che è una giornalista attenta e giustamente sensibile alla condizione della donna vorrei fare questa riflessione: sul tema dell’aborto in America gli schieramenti sono divisi sotto il nome di “pro choice” per quelli che pensano che la donna sia in grado di decidere del proprio corpo e abbia il diritto di scegliere se portare avanti la gravidanza oppure no e “pro life” per quelli che pensano che la vita potenziale che portano in grembo debba prevalere sulla volontà della donna in quanto è già una vita sacra e eguaglia l’aborto all’omicidio. L’aborto pur essendo “pro choice” non è certo una scelta che fa felice nessuno. Nel caso della gpa a ben vedere si può essere sia “pro choice” in nome della libera scelta della donna che “pro life” perché si sta portando al mondo un essere umano e si tratta di una scelta, che se fatta in modo corretto e rispettoso, rende felici e orgogliosi tutti quelli che vi partecipano
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  • Gentile Maria Novella, ho letto con una certa inquietudine il suo articolo, quella che lei racconta è una storia di violenza, sopraffazione e sfruttamento, su questo non c’ alcun dubbio. L’ennesima violenza perpetrata a scapito delle donne, in questo caso in un paese dove essere donna significa essere fragili, vulnerabili, sfruttabili.
    Non sono invece d’accordo quando lei parla di questo orrore come “della surrogacy”, perchè, ringraziando il cielo (o chi altro vogliamo), la surrogacy ancora oggi può avere il volto umano e potente del dono e dell’autodeterminazione della donna. Ci sono paesi dove le donne che si offrono come madri surrogate o portatrici lo fanno in piena libertà e coscienza, non oberate dal peso dell’indigenza o dalle pressioni familiari.
    Mi unisco a lei nel grido sconvolto contro violenza e sfruttamento ANCHE dovuto alla pratica della surrogacy
    Ma le chiedo anche di ricordare a tutti che non è la surrogacy di per se a fruttare e violare le donne, ma l’uso che ne viene fatto E che ad oggi una sorragcy rispettosa di tutte le parti coinvolte è possibile. E’ un grande atto d’altruismo che genera nuova vita con rispetto e amore.
  • Sono sbalordito dalla ipocrisia che trasuda dalla maggior parte dei commenti. La gestazione per conto terzi è esattamente un contratto di locazione di una parte del proprio corpo. Non ha senso, salvo che per rarissima stravaganza, offrire questa parte così intima del proprio corpo senza che ci sia un interesse o, peggio, un bisogno economico. Non si può equiparare l’affitto di un utero ad un lavoro perchè quì si tratta di maternitá, non di avvitare bulloni. Chi pensa che sia la stessa cosa ha fatto una scelta ideologica radicale, ha cioè cancellato il valore ed il senso profondo che la maternitá costituisce per una donna: dare vita ad un altro essere umano. È legittimo pensare questo ma è legittimo condannarlo come una amputazione dell’identità femminile, basata sulla negazione di sentimenti profondi che danno senso alla nostra vita e sulla mercificazione di quello che merce non potrá mai essere. Siamo nel solco del liberismo più sfrenato, con quella manifesta insofferenza verso scrupoli etici-morali, tutto vecchiume del passato, perchè oggi l’unico l’imperativo è quello di creare beni e servizi in grado di soddisfare i desideri del consumatore.
  • Cara Maria Novella, lei dice di aver intervistato moltissime donne che hanno partecipato alla GPA. Le suggerisco di contattare anche chi ha sostenuto una gravidanza per altri in nordamerica. Conosco personalmente una coppia canadese che, alcuni anni fa ha “affittato un utero” (per usare la sua tanto pessima quanto fuorviante espressione) per avere una bimba ed ha “riaffittato” lo stesso utero alcuni anni dopo per dare alla luce due gemelli.
    Questi due ragazzi sono delle persone stupende ed hanno trovato una persona altrettanto stupenda che non solo è stata felice di aiutarli una volta ma lo ha fatto una seconda e continua a mantenere rapportincon loro.
    A., amico di amici a San Francisco ha appena avuto una splendida bambina partorita per lui da una donna con tre figli ed un marito che erano così distrutti dalla situazione da farsi fotografare tutti insieme ad A. felici e sorridenti. L’utero in affitto in questione ha detto ad A. che, nel caso lui volesse dare un fratellino o una sorellina a sua figlia lei sarebbe stata felice di aiutarlo ancora.
    Io credo che lei abbia la presunzione di sapere quello che le altre donne provano, tutte le altre donne. Ed anche la pretesa di regolare la loro vita.
    Come figlio di una femminista convinta, molto convinta, credo che le donne abbiano il pieno diritto di disporre del proprio corpo senza che qualcun’altro, non importa se dello stesso sesso, pretenda di proteggerle da loro stesse. Questo modo di pensare è ottocentesco.
    Vietare o ostacolare la GPA nei paesi dove le donne hanno gli strumenti per scegliere in modo consapevole, vuol dire scatenare lo sfruttamento nella parte di mondo dove le donne non sono libere.
  • Chi vorrebbe essere figli* di una coppia simile?
    Io vorrei essere figlia di tante coppie di papà omossessuali che ho conosciuto grazie all’associazione Famiglie Arcobaleno, genitori dolcissimi e accudenti, con un amore smisurato verso i/le propr* figl*, con un gran rispetto e amore per le donne che gli hanno aiutati a realizzare il loro sogno di genitorialità. “Belle famiglie”, solide, capaci di crescere i loro figli e le loro figlie con amore, dedizione e impegno. Papà presenti e attenti che rappresentano un modello per tutti i papà (anche e soprattutto per molti di quei papà eterosessuali che ancona non sanno cosa vuol dire crescere i proprio figli), papà capaci di costruire legami d’amore preziosi con le donne che gli hanno permesso di essere generativi, donne consapevoli della scelta e del dono fatto. Famiglie come queste e donne come queste fanno pensare che possa esistere un mondo migliore, un mondo in cui vale la pena mettere al mondo e crescere i nostr* bambin*,
    Silvia, una donna, una figlia, una mamma
  • Maria Novella, trovo che sia un atteggiamento davvero curioso, per non dire dogmatico e ideologico affermare che si tratti di violenza anche quando la persona interessata dice che non lo sia. Se lei ha un’idea mistica del legame che si crea tra la donna e il nascituro e un’altra donna non lo sente perché deve rendere una verità universale quello che è un suo sentimento e una sua opinione?
    Parla di rispetto della donna, ma non sembra avere rispetto per i sentimenti e l’opinione della donna che ha fatto un percorso che lei non ha fatto. Sembra che lei non le renda la dignità di essere una donna capace di intendere e di volere, senza pressioni e senza necessità e senza una spinta puramente lucrativa ( le posso dire per conoscenza diretta che deve tagliare della metà le cifre che lei indica per una portatrice nella sua risposta).
    Per le sue preoccupazioni per il benessere della donna dovrebbe ascoltare la donna che le ho segnalato che nel suo articolo usa non a caso il termine di “restituire” il figlio alla coppia perché non sta dando via suo figlio, ma sta restituendo un figlio all’amore di due persone che hanno voluto quel bambino.
    La stessa donna, le posso assicurare, non darebbe mai e poi mai i figli che ha concepito con suo marito, perché quelli sono i suoi figli, frutto dell’amore che la lega al suo uomo. Sono due piani ben diversi che la donna che fa un figlio per altri ha ben presente: non si tratta di una persona pazza o sconsiderata, ma di una donna capace di un gesto per me generoso (anche dietro un compenso che non cambierà la sua vita) ma probabilmente inconcepibile per lei.
    A Engy vorrei dire che anch’io posso avere dei giudizi fortemente negativi sul suo comportamento (è solo un’ipotesi, non la conosco), ma questo non mi da diritto di interferire nella sua vita. Lo stato avrebbe invece sì diritto di interferire nella mia e nella sua vita se faccio del male a qualcuno, se provoco danno sopratutto approfittando di qualcuno più debole di me, come una donna in stato di necessità o di un bambino che non può difendersi e non può decidere in autonomia.
    Non parliamo dell’India o di altre situazioni estreme per discreditare una strada che per molti è la sola opzione possibile per diventare genitori. Questo come scrive Logiudice lo si potrebbe fare per tante altre pratiche o istituzioni, sarebbe come screditare il matrimonio in generale parlando dei matrimoni combinati in cui una ragazza è obbligata dalla famiglia a sposare qualcuno che non vuole.
    Trovo invece giusto che uno Stato laico e imparziale verso i suoi cittadini compia tutti gli studi scientifici e approfondimenti necessari per verificare con controlli rigorosi e appropriati che con la gestazione per altri non si crei danno, né psicologico, né morale, né materiale, a tutte le parti coinvolte. Una volta fatte queste verifiche non dovrebbe interferire ne vietare le libere scelte di individui adulti, responsabili e capaci di scegliere cosa fare del proprio corpo e della propria vita. Se lei e altri non siete d’accordo non siete certo obbligati ad fare queste scelte per la vostra vita.
  • @marco,
    scusa ma siamo tutti titolati a esprimere opinioni argomentate su un tema del genere, non foss’altro per il fatto che tutti siamo figli e molti di noi anche genitori; opinioni che legittimamente possono essere anche di forte riprovazione nei confronti di simili altrui scelte, più o meno libere.
    A puntare troppo asetticamente sulla bontà di ogni scelta che si ritenga libera e volendo dare per assodata la bellezza e la generosità del regalo di un figlio commissionato, non vedo allora perchè non rendere lecita la compravendita vera e propria dei bambini già esistenti, quelli già bell’e fatti, magari i più piccoli….
    E ci sarebbe magari anche da parlare (e da protestare) a proposito del tema delle adozioni.
  • Maria Novella De Luca 24 novembre 2013 alle 12:04
    @ marco Marco le posso assicurare che ho sentito e visto molte testimonianze di donatrici, sia del mondo ricco, dove una surrogacy fa guagnare alle portratrice 40-50mila dollari, sia del mondo povero, dove come ho scritto le donne che prestano l’utero vengono liquidate con pochi spiccioli. E fatta salva la libertà di ognuno di fare ciò che vuole con il proprio corpo (a meno che non sia costretta dal bisogno) continuo ad essere convinta che separarsi dal figlio portato in grembo è una violenza. E che dunque il desiderio legittimo di maternità e paternità dovrebbe fermarsi di fronte al sacrificio che viene chiesto ad una terza persona. E non è questione di possesso, è questione di sentimento e di rispetto.
    @ giuseppina la delfa . Ammiro nella tua risposta la pacatezza, e ammiro il fatto che comunque come spesso accade è la comunità gay ad accettare di confrontarsi su temi così difficili, mentre c’è un mondo dove tutto questo avviene ma nel silenzio e nell’ipocrisia. Però io non sono d’accordo quando dici che i figli delle donne portatrici non sono loro. E’ vero che l’uovo e il seme sono altrui, ma i nove mesi di gestazione non sono forse il momento fondamentale della vita intrauterina? Pensa alla fecondazione eterologa: centinaia di donne la fanno proprio per poter partorire un bambino, che proprio perchè l’hanno portato in pancia e poi messo al mondo, lo sentono assolutamente loro, spesso rimuovendo totalmente il fatto che l’uovo è arrivato da una banca dei gameti. Questo per dire, ancora una volta, che separarsi da un bambino dopo la gestazione è un fatto traumatico. Di cui quando una coppia affronta l’idea della maternità surrogata dovrebbe tenere conto, e interrogarsi se ciò che sta chiedendo e pagando è giusto o meno.

  • a maria novella de Luca che parla di violenza sulla donna potrei consigliare l’ascolto delle molte donne che hanno portato i figli per altri e che dovrebbero essere le prime a parlare e far sapere al mondo se hanno o meno subito una violenza, insieme ai figli che hanno aiutato a mettere al mondo. Loro sono i veri titolati a dire se questa pratica è un progresso o un degrado per l’umanità. Perché non sentire loro invece che queste ondate di pregiudizi e costruzioni ideologiche basate su degli assunti dati per certi, ma invece tutti da dimostrare? Per esempio provate a leggere questo:http://www.donorconcierge.com/is-it-hard-for-a-surrogate-to-give-the-baby-up-by-pamela-macphee/
  • Ogni bambino che nasce è un motivo di gioia per il mondo e ce ne dovremmo rallegrare tutti. Il mondo sarà un posto migliore se ci sono persone più felici e un bambino desiderato e voluto porta la felicità ai suoi genitori e su queste basi avrà la possibilità di svilupparsi in un essere umano completo ed equilibrato. Se un bambino nasce grazie alla gestazione per altri sarà motivo di gioia per tante persone. Non ci sono motivi di proibire la gestazione per altri purché questo non comporti situazioni di sfruttamento e di violenza. Indipendentemente dal luogo dove questa viene praticata, quello che è importante è assicurare che la donna che decide di portare un figlio per altri lo faccia per libera scelta, senza pressioni psicologiche esterne, in delle condizioni sanitarie e sociali che le assicurino la dignità e il rispetto del suo ambiente e della sua famiglia. Non è sbagliato se per questo aiuto venga retribuita una piccola somma, con il suo corpo e la sua salute sta comunque dando ad altri la possibilità di diventare genitore. Accettiamo che altri “volontari” che aiutano gli altri in questioni vitali vengano retribuiti il giusto, pensiamo a quanti con la propia competenza salvano vite dando assistenza medica, sociale, psicologica. Le donne che aiutano gli altri ad avere figli, se libere e consapevoli, devono avere il rispetto sociale che viene attribuito ai tanti operatori che aiutano gli altri a superare una condizione di impedimento e di salute. Lasciamo alle persone coinvolte decidere che rapporto di amicizia o parentela vogliono assumere in questo percorso. I figli non sono un diritto, siamo d’accordo, ma qui non stiamo dicendo questo. I desideri fanno parte dell’essere umano e realizzarli fa parte della ricerca di felicità di ogni individuo e, purché non calpestino e ledano i diritti degli altri, devono potersi realizzare e nessuno, tanto meno lo stato ha il diritto di impedirlo.

  • Aggiungo una cosa per me dirimente e cioè che i tanti che vedono nelle madri surrogate il “progresso” di solito sono anche gli stessi che si scandalizzano quando – a proposito di aborto e delle eterne discussioni sulla 194 – i vari movimenti pro-life suggeriscono alternative all’aborto, ad esempio proprio il parto in anonimato. Inaccettabile si dice in questi casi, disumano, contro natura chiedere a una donna di portare avanti una gravidanza per nove mesi per poi lasciare ad altri il proprio figlio.
    Questi argomenti erano presenti trenta e passa anni fa e lo sono tuttora, peccato però – almeno sul piano logico – che non ci sia coerenza e che tutto dipenda dal desiderio, dal diritto specifico che in quel momento si rivendica.
  • il punto è che un figlio non – NON – è un diritto, per nessuno, coppie gay o etero che si sia.
    Ritenere che i nostri legittimi desideri debbano diventare diritti sacri è aberrante, alla luce soprattutto di questi fenomeni tristissimi e di sfruttamento come gli uteri in affitto.
    E un figlio non è una torta che si dona per grande amicizia.
    Molto diversa la posizione ad esempio di quelle donne che partoriscono in anonimato: c’è una gravidanza inaspettata, c’è la scelta di non abortire pur nella consapevolezza di non poter occuparsi del figlio, di mantenerlo, non c’è compravendita, in questo caso c’è forse una idea più vera di “regalo”, nella gratuità seppure nella indubbia lacerazione.
    Il delirio di onnipotenza che oramai ci prende tutti e ci fa ritenere di non dover trovare ostacoli alla realizzazione di ogni nostro desiderio (e anche capriccio, diciamocelo, come nel caso di personalità famose) è devastante, mostruoso.
  • Brava, con questo articolo hai centrato la questione. Con l’affitto dell’utero siamo arrivati ad un ulteriore livello di degrado del ruolo della donna. Oggetto di commercio il suo corpo e uno degli aspetti che maggiormente qualificano la sua identità: la maternità. Non è l’unico aspetto, ovviamente, la donna è altro ma se la priviamo di questo, se dobbiammo accettare la teoria che la donna non è altro che un ‘contenitore biologico’ se, come asserisce qualcuno, non ha senso parlare di ruolo materno e paterno, che cos’è una donna? Un uomo con le tette (o viceversa)?
  • personalmente penso che la gestazione di supporto debba essere compensata. portare un bambino in grembo non è una passeggiata e va compensato lo sforzo psico-fisico compiuto. vorrei che questo scambio di denaro avvenisse tramite il sistema socio sanitario dello stato e fosse estremamente controllato. sono contraria alla GPA “generosa” specie si oprata in famiglia proprio per le questioni sollevate da maria novella.
    per me la cosa fondamentale è la consapevolezza delle donne e la loro personale soddisfazione personale a dare la vita per altri. i figli che portano in grembo non sono loro e su questo non è possibile il dubbio.
    la genitorilità in questi casi si crea sulla responsabilità e l’intenzione. come qualsiasi altra genitorialità forte e bella. quando sento una donna portatrice orgogliosa di ciò che ha fatto e felice di avere dato la vita per altri allora questo nutre la mia sicurezza.

  • Maria Novella De Luca 23 novembre 2013 alle 12:06
    @tommaso giartosio @Sergio Lo Giudice
    Io non credo che ci siano elementi equivocabili in quello che ho scritto. Ho provato a fare un prima e un dopo, perchè ritengo che nel momento in cui la surrogacy è diventata un fatto di massa, per coppie etero, gay, o per single, si è aperto un mercato senza scrupoli, in cui affaristi della fertilità promettendo maternità surrogate low cost sfruttano senza ritegno donne povere. E infatti, cari Sergio e Tommaso, io ho parlato espressamente di questo tipo di donne, di cui conosco le storie e di cui ho raccolto testimonianze. E che purtroppo stanno diventando la maggioranza delle donne che “prestano” il proprio utero. Da quanto mi risulta a nessuna donna semianalfabeta del Gujarat vengono fatti test psicologici per capire come affronterà questo evento. Non solo. Quando le “portatrici” tornano nelle loro case dopo essere state rinchiuse nelle “farm” della fertilità, spesso i mariti (che pure hanno beneficiato di quegli 8-10mila euro gudagnati con l’utero della moglie) le ripudiano, considerando quella gravidanza quasi un tradimento. E ancora: se la donna portatrice in gravidanza sviluppa un diabete, una gestosi, una volta partorita nessuno si occuperà della sua salute…
    Questo per dire che c’è una bella differenza tra una donna canadese o americana che presta il proprio utero e una donna indiana, o peruviana, o altro. La povertà induce a fare qualunque cosa. Detto questo anche nelle “surrogacy” fatte nei paesi ricchi, dove si suppone che le donne possano anche scegliere di non farlo, ci sono contratti che prevedono migliaia di euro. Dov’è la donazione qui? Dov’è l’elemento oblativo, che possa farmi pensare che non si tratti comunque di un business, con tutto il rispetto per il business? Al di là del mio pensiero profondo sulla maternità di supporto, e di quanto possa soffrire una donna a dover dare via il figlio che ha portato in grembo (e non importa di chi sono uova o seme), ricordo in Italia la storia di due sorelle, in cui una aveva prestato l’utero per l’altra. Lì, l’unica voce era la solidarietà, e dunque una vera “donazione”, anche se ad anni di distanza la “portatrice” dice chiaramente di aver dovuto affrontare un lungo percorso psicologico per metabolizzare quel gesto (generoso) che però lei aveva vissuto come una perdita.
    E non sono d’accordo con il parallelo, Sergio Lo Giudice, con la legge sull’aborto. Che va difesa, potenziata, e in cui l’unico elemento di decisione deve essere la libertà della donna. Non vedo il nesso con la maternità surrogata. Mentre quando parli di donazione degli organi ti dò ragione: proprio per evitare qualunque sfruttamento ogni tipo di passaggio di denaro è assolutamente vietato. Ma la “surrrogacy” no: prevede soldi, contratti, regole. Dunque non è una donazione. Che poi tra donna portratrice, e coppia ricevente (gay o etero, o madre o padre single) si instauri un rapporto, meglio così, soprattutto per la salute dei figli.
    Sapevo che con questo blog avrei aperto un dibattitto. Io credo che si debba difendere la libertà, anche scientifica, di creare famiglie di ogni tipo, credo che l’eterologa sia una tecnica da difendere, credo che questo paese dovrebbe ringraziare ogni giorno la legge 194 che ha dimezzato il numero degli aborti. Ma la gestazione di supporto implica che colei che per nove mesi ha portato in grembo un bambino (e sono quei nove mesi che determinato quasi tutto nella vita di una madre e di un figlio) poi se ne separi. Francamente credo che questa sia, di fatto, una violenza. Anche se poi i genitori riceventi saranno, come spesso accade, dei genitori splendidi.
    Questo è il mio pensiero. Ma sono pronta a discuterne ancora
    .

  • Gentile Maria Novella, la sua argomentazione e ancor di più l’ulteriore commento rischiano di essere ingannevoli, perchè non é chiaro di cosa si stia parlando e con troppa leggerezza si mescolano fra di loro due piani del discorso assai diversi.
    Condivido fino in fondo la sua denuncia delle condizioni di sfruttamento a cui molte donne in difficoltà economica sono sottoposte da parte di organizzazioni senza scrupoli. Ma se lei estende questa indignazione al fatto in sé della gestazione per altri, quasi che dopo un’età dell’oro e della libera scelta sia subentrato un necessario sfruttamento, allora la confusione é massima.
    Io voglio poter esprimere, per usare un’analogia, la mia condanna per lo sfruttamento senza regole del lavoro senza coinvolgere in un giudizio negativo il lavoro in sé, la cui dignitá non é scalfita dalla degenerazione dell’utilizzo improprio della fatica altrui. Voglio poter combattere senza remore il fenomeno dell’aborto clandestino, o quello dell’aborto imposto, senza mettere minimamente in discussione la libertà di autodeterminazione della donna in questa decisione. Voglio poter promuovere la pratica della donazione di sangue o di organi senza che questa venga confusa con pratiche immonde di espianto forzato.
    O si distingue fra un’azione del tutto libera e consapevole e le storture di una costrizione figlia della miseria o non si aiuta a fare chiarezza. Ho conosciuto, anche direttamente, donne che hanno scelto di aiutare una coppia a realizzare il proprio sogno di genitorialitá e lo hanno fatto in piena libertà, all’interno di una relazione fatta di amicizia e affetto, di condivisione di un progetto e di soddisfazione personale. Credo che non aiuti alla più chiara comprensione del fenomeno della gestazione e per altri confondere nel giudizio queste situazione con altre che ne rappresentano,in termini di relazione umana, l’esatto opposto,

  • Tommaso Giartosio 22 novembre 2013 alle 13:07
    Maria Novella, mi dispiace che tu racconti le cose in modo francamente distorto. Non c’è un “prima” e un “dopo”, un prima in cui la gestazione per altri era un gesto generoso che costruiva legami tra persone e famiglie, e un dopo — ora – di puro, brutale sfruttamento. Non ci sono da una parte singole belle “storie di surrogacy” e dall’altra un fenomeno massiccio che esclude ogni altra possibile scelta. Non è affatto così. La gestazione per altri viene tuttora praticata in molti paesi diversi e in molti modi diversi. Migliaia di coppie imboccano questa strada scegliendo un percorso che assicuri la tutela di tutti i diritti delle donne coinvolte, che devono essere già madri, devono dimostrare di essere libere da pressioni economiche, devono superare un attento vaglio psicologico, e – non ultimo – devono esse stesse scegliere la coppia che aiuteranno. In Famiglie Arcobaleno, l’associazione dei genitori omosessuali (che sono comunque una piccola parte delle coppie che scelgono la gestazione per altri, in larga maggioranza etero), dalle coppie gay sono nate ormai decine di bambini: praticamente tutti in Canada o negli Stati Uniti, in condizioni garantite e con una “coda” di splendidi rapporti con le donne coinvolte. Denunciamo pure con forza le situazioni di abuso e violenza, che in alcuni paesi sono molto comuni. Famiglie Arcobaleno l’ha fatto apertamente da tempo. Ma non facciamo di tutt’erba un fascio, non confondiamo le acque. La gestazione per altri è ancora, in moltissimi casi, un percorso straordinario, ricco di condivisione e di solidarietà umana.

  • Santo Subito!!!!! 15 novembre 2013 alle 16:30
    @paolino_50, per prima cosa io non vorrei essere figlio suo, per esempio!!!!
    quindi vede che i punti di vista sono sempre più variegati di quanto si pensa.
    Tutti parliamo di sfruttamento delle MS, ma poi chi le ha viste o ha parlato con loro, chi le ha mai ringraziate, o gli ha mai chiesto il perché lo fanno???.
    No, preferiamo già costruire la nostra sentenza, analfabeti, poverissime, rinchiuse per nove mesi!!!!!!!! abbiamo condannato e siamo già à posto.
    Magari, però, lavori dei quali abbiamo bisogno li facciamo fare da aziende che ci fanno spendere meno avendo gli operai in nero, senza sicurezze, e allora questo va bene non è sfruttamento, incrociamo tutte le sere prostitute in strada e non denunciamo, e questo non è sfruttamento, passiamo accanto a mendicanti in continuazione e questo non è sfruttamento, compriamo merce proveniente da paesi dove si sa benissimo che è lavorata da operai, per non dire bambini trattati come schiavi, ma risparmiamo, questo non ci interessa, si arruolano colf e badanti, queste si strappandole dalle famiglie per un tozzo di pane, ma questo non è sfruttamento.
    Dobbiamo rispettare il responso della natura? allora, a cosa servono cure e trapianti??? accettiamo il responso !!!!
    D’altra parte, è facile, espressa la sentenza, chiusa la pagina, i problemi sono finiti, le donne indiane o ucraine diventano agiate, nel mondo non soffre più nessuno, e stasera debbo passare a comprare il vino novello che ho la bistecca a cena!!!!
  • @roberto. Non é un blog privato, scusami. Ho scritto a tutti mie opinioni, compresi i commenti sui “fatti” che tu stesso racconti. Forse ho sbagliato ad intromettermi e se ti ho ferito come dici me ne scuso. Avrei dovuto invece lasciarti da solo? Il tuo dolore é un fatto evidente e poco o nulla importa che sia di carattere psicologico o fisico. A mio parere un dolore ancora da elaborare (come è successo a me) a volte ci toglie lucidità; non so se sei in accordo questa volta. Ci sembra che gli altri non ci vedano e non comprendano; ci (io e te) chiudiamo in un angolino e continuiamo a piangerci addosso. Personalmente un incidente assurdo mi è accaduto ad 11 anni di età e vivo ancora oggi invalido nel braccio destro. Mi salvò un chirurgo che aveva dedicato se stesso e la sua vita agli altri. Mi operò senza alcuna anestesia perché doveva farmi domande durante l’operazione. Mancavano un po’ di pezzi di carne dal braccio, ma tira lì tira qui mi ricucirono mentre stavo morendo dissanguato. Ho perso un anno al liceo Mamiani di Roma per la scrittura illeggibile a 16 dei miei anni. Oggi ho 59 anni compiuti ed il braccio destro mi fa male, sempre. Sempre, voglio dire h24. Quindi non facciamo a gara di traumi fisici o psicologici perché se mi ci fossi seduto non sarei riuscito più a combinare nulla nella vita, cosa che non è. Ho accettato il caso e l’incidente con le sue concrete conseguenze come un fatto. Ho pianto molto è vero quando il dolore fisico si ripresenta: ti giuro che me lo staccherei questo braccio qualche volta. Forse ho voluto darti una scossa, tirare via la sedia da sotto per non farti rimanere nel pensiero circolare, nella disistima e nella sfiducia. Io non avevo più tempo ed invece, vedi? sono ancora vivo. La sterilità è un fatto e sicuramente devastante, ma è solo un fatto, un caso, proprio come è successo a me. E poi scusami non è una malattia e neppure una patologia semmai una disfunzione. Fatti coraggio insomma, fallo per te, per noi che ti leggiamo. Come hai letto non sono perfetto per fortuna, grazie.

  • @leone…il tuo commento mi ferisce molto perchè si capisce che sei superficiale e che in realtà non ti importa nulla del dolore che gli altri provano. Il dolore non è solo fisico ma anche psicologico. E tu dall’alto della tua vita perfetta eroghi giudizi sulle mie difficoltà arrivando perfino a definirmi un subumano…grazie….se questo è l’aiuto che sai dare….stai per conto tuo.
  • Credo che M.N. De Luca abbia semplicemente raccontato tutto e bene di una realtà complessa, di per se agghiacciante. Non intravedo giudizi morali come afferma Veronica, ma leggo invece proprio dalla giornalista quello che subito m’è venuto in mente ossia il traffico d’organi. Se mi serve un rene faccio uccidere un bambino in Brasile e subitaneamente vado in “vacanza” proprio laggiù.
    Condivido ogni singola parola dell’articolista. Se abbiamo perso senso morale, se la nostra società è davvero oramai senza guida, senza un minimo di scrupolo affermo che privati di etica gli uomini non solo non possono sopravvivere ai propri sensi di colpa ma non sono più nemmeno in grado di collaborare tra loro. Qui è la fine, anche della coppia finta inconsapevole che “ordina” l’agognato bebé.
    Roberto é o é stato disperato e pronto a “provare di tutto”; pronto a tappare occhi orecchie, naso, mente, cervello. Il suo dolore egoistico é diventato cinismo crudele ed indifferente. Viene da piangere a pensare che si crede ancora un uomo. Non vedeva e non percepisce nulla. Occidentale puro: un consumista.
    Peccato che tra lui e la vita ci siano altre persone che raccontano tutte altre storie diverse dai suoi piagnistei.
    La gioa si gode con moderazione; il dolore si sopporta con moderazione senza abbattersi: questo é un uomo.
    Scusatemi se vado sul personale ma col dolore ci lavoro da 25 anni e passa in un’associazione mondiale ed il mio settore é proprio quello internazionale-sanitario. La prima reazione emotiva è girare la testa dall’altra parte perché il dolore degli altri non si può imparare se non sapendo, guardando, condividendo. Fa abbastanza male, soprattutto nei numeri. La metto che debole come sono ho imparato a recitare la parte della colonna portante perché le malattie le violenze le indifferenze non mi sono simpatiche. Anzi forse proprio perché mi sento debole di fronte all’odio ed all’ignoranza comprendo i più deboli di me e cerco di dare una mano. Nessun sacrificio, solamente competenze. Ho visto filmati che nemmeno alle porte di Orione, per citare un film e che non potranno mai essere trasmessi da alcuna emittente. Al fine mi domando una cosa semplice semplice e mi viene in mente Se questo é un uomo di Primo Levi. Non sono ebreo e neppure israelita, a scanso di sarcastici commenti. Ma sappiamo essere ancora uomini? Sicuri?
  • non sono d’accordo: affittare l’utero non è la stessa cosa di dar via un rene. è vero che queste povere donne lo fanno per fame, ma allora forse è meglio affittare l’utero piuttosto che prostituirsi. è vero che il legame madre-figlio si costruisce già nella gravidanza, ma allora ci sarebbero da condannare tutte le donne che abbandonani i figli. non bisognerebbe neanche adottare, visto che il grembo era quello di un’altra. siamo sicuri che sia così semplice giudicare? lo scandalo non lo vedo nelle donne che scelgono di fare ciò per mantenere la famiglia, ma nelle cliniche che vanno a scegliere i bacini di utenza più poveri, dove riescono a dare poco a queste donne perchè tanto a loro “basta”, guadagnando il massimo. comunque l’avere un figlio è di per sè un atto egoistico, che ci si riesca naturalmente o meno. certo: ci sono anche altri modi, penso all’adozione, ma se una coppia fa questo tipo di scelta credo che abbia valutato tutte le opportunità.
  • Maria Novella De Luca 15 novembre 2013 alle 11:23
    @marina.fiallo Conosco le teorie di Elisabeth Badinter e le condivido solo in parte, ma ne riconosco il forte carattere provocatorio e autentico. Naturalmente non concordo con l’idea di Badinter che la maternità surrogata sia un percorso di libertà di una donna che vuole diventare madre senza dover partorire. allattare, etc. Perchè per quella “libertà” (di solito ricca e occidentale), c’è dall’altra parte una donna che quella libertà la perde, perchè è costretta dal bisogno a vendere parte di sè. E non avendo possibilità di mantenersi grazie ai propri studi e alla propria professione offre un pezzo del suo corpo. Perchè qui non si tratta del libero scambio tra due donne francesi, o canadesi, o americane, che coscientemente decidono di offrire una parte di sè, a un’altra donna, ad un uomo, come è accaduto in storie di surrogacy tra amiche e sorelle anche in Italia. Qui ci sono donne povere che se non fosse l’utero magari venderebbero un rene, tale è la disperazione della povertà. E mi risulta che il commercio di organi venga sanzionato ovunque. Qual è la differenza? A che prezzo compriamo la nostra maternità sulla pelle di altre donne?
  • (ironia ON) Trovo che sia terrificante vedere come il cancro, ormai il maggiore dei amli che affligge l’uomo, sia degradatoa una semplice vogia di sopravvivenza. Il malato terminale, che a il cancro, non è più disposto ad accettare il responso di natura e si avvale di qualunque mezzo con un accanimento e un dispendio economico suo e della società. (ironia OFF).
    L’infertilità è una malattia, che causa sofferenza, fisica e psicologica. Chi ne soffre (come il sottoscritto e compagna) vive per anni una situazione emotiva degradante, privazione dell’intimità, perdita dell’aspetto ludico del “fare l’amore. E’ un percorso lungo e difficle, in cui le percentuali di successo sono basse.
    Quindi caro il mio bel paolino_50 provi a mettersi per una volta nei panni di chi soffre,e capirà perchè poi le persone disperate provano di tutto.
    Anche io prima di capitarci ero restio….ma adesso che ci sono dentro mi chiedo…chi sono io per impedire ad un’altra persona di essere felice?
    Per cui, lei ringrazi pure dio, la natura o san tutto perchè ha avuto figli senza pensare troppo alla grande fortuna che ha avuto…e per inciso, io non vorrei essere suo figlio…..
  • Non dimentichiamo che personalità femminili illustri, come Elisabeth Badinter, considerano l’utero “in affitto” una grande conquista femminile.
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