Δευτέρα, 7 Απριλίου 2014

Quei maschietti con la gonna.


Facendo seguito alla recente battaglia sulla 'Teoria dei Generi' e sulla sua temuta introduzione a scuola, battaglia che imperversa ovunque a comprovare che proprio quando pensi che l'imbecillità abbia un limite, arriva qualcuno che lo salta con l'asta, mi son preso la briga di sniffare in rete alla ricerca di informazioni al riguardo.
Ho evitato come la peste, l'acne e le mucche pazze ogni forma di invettiva religiosa, ogni plauso 'progressista', ed ogni opinione di parte legato alla famigerata Lobby Gay (che avete rotto le palle con 'sta storia della Lobby Gay. I gay stanno sotto monarchia e siamo tutti regine. Ok?)
Dicevo, ho cercato del materiale 'neutrale' che spiegasse come le cose siano cambiate in anni recenti e come lo 'status quo' legato all'identità di genere di maschietti e femminucce non sia poi così radicato quanto uno potrebbe pensare.
Il post è liberamente tratto ed estrapolato da un articolo sullo Smithsonian Magazine una pubblicazione online che io apprezzo moltissimo per forma e contenuti.
Ogni generazione porta con se una nuova definizione di maschile e femminile che si manifesta invariabilmente attraverso l’abbigliamento dei bambini.
Prendete per esempio la bambina ritratta nella foto qui sopra: siede compostamente ed indossa un vestitino di cotone bianco, tiene in mano un cappellino a tesa larga con piume di marabú e porta ai piedi delle scarpine in vernice. 
I capelli sono lunghi e sciolti sulle spalle.
Se incontraste una bambina vestita cosí per strada oggi, dapprima vi guardereste intorno alla ricerca della signora Rottermeyer e del calesse, e poi la ammirereste nella sua bellezza diafana e graziosa.  
Una bambolina.

In realtà però la foto raffigura invece un maschietto, e non un maschietto qualunque, ma Frank Delano Roosevelt, 32mo Presidente degli Stati Uniti d'America. 
Ce lo vedreste adesso Obama vestito da baby Tiana con un mazzo di capelli afro da qui a lí?
Nemmeno io.
Eppure la norma vigente nel 1884, il periodo della foto appunto, prevedeva che tutti i bambini indossassero vestitini fino ai 6 o 7 anni di età, che in genere era anche il periodo del loro primo taglio di capelli.
Il tipo di outfit che vedete in foto era considerato ‘gender neutral’ o ‘unisex’.
(Chiudete la bocca che vi vedo le tonsille e le piombature, non è un bel vedere...)
Oggi invece dobbiamo essere in grado di determinare a colpo d’occhio il sesso del bambino, da subito, dal suo primo ingresso nel mondo, allora appaiono le fasce rosa attorno alle testine pelate delle neonate...” dice Jo B. Paoletti, studiosa di storia presso l’Università del Maryland ed autrice di “Pink and Blue, telling the girls from the boys in America” (“Rosa e celeste, distinguere le femmine dai maschi in America”).
Perché?
Come siamo arrivati ad ottenere due ‘squadre’ cosí precise: la squadra rosa delle femmine e quella celeste dei maschi?
Come mai questo profondo cambiamento, non solo nello stile del vestire, ma nella concezione e definizione dell’individualità di genere dei bambini?
"Si tratta di scoprire cosa sia successo all’abbigliamento neutrale o unisex" continua Paoletti, che ha esplorato il significato dell’abbigliamento per bambini per ben 30 anni. 
Per secoli infatti, i bambini hanno indossato abiti bianchi e ‘graziosi’ fino ai 6 anni di età, non solo rampolli di auguste case regnanti, ma anche bambini nati in famiglie ordinarie.
Quella che però una volta era una questione di praticità (vesti il tuo bambino in abiti bianchi facili da togliere e pannolini  perché il cotone bianco può essere candeggiato) è diventata una questione di 'Oh Krishto! Se vesto il mio bambino con la cosa sbagliata, cresce con le turbe del pensiero'.
È avvenuto un vero e proprio spostamento dell'asse socio-culturale.
Bisogna sottolineare però che la marcia verso gli abiti ‘di genere specifico’ non è né lineare né rapida. Rosa e blu sono arrivati, insieme ad altri colori pastello come colori per i bambini, alla metà del 19° secolo, eppure i due colori non sono stati mai promossi come rappresentanti esclusivi di un genere o dell’altro fino a poco prima della Prima Guerra Mondiale, ed anche allora la cultura popolare ha avuto il suo bel da fare per  accettare il concetto rivoluzionario di rosa/femmina e celeste/maschio.
Perché era rivoluzionario sul serio!
Parliamo di 70 anni fa.
Ad esempio, in un articolo del 1918 apparso sul catalogo per abbigliamento da bambini di ‘Earnshaw’ (un'istituzione ancora oggi negli US) si legge, "La regola generalmente accettata è che il rosa sia per i bambini ed il celeste per le bambine. La ragione è che il rosa, essendo un colore più deciso e più forte, sia più adatto ai maschietti, mentre il celeste, che è più fragile e delicato, sia più adatto alle femminucce.
Altre fonti ritenevano il celeste più adatto alle bionde ed il rosa alle brune; o il celeste  per i bambini dagli occhi azzurri, mentre il rosa per quelli dagli occhi marroni.
Nel 1927, la rivista Time ha addirittura pubblicato un grafico che mostrava i colori più appropriati al sesso del bambino in base ai suggerimenti dei principali negozi degli Stati Uniti: a Boston, ‘Filene’ suggeriva ai genitori di vestire i maschietti in rosa. Così pure proponeva ‘Best & Co.’ a New York, ‘Halle’ a Cleveland e ‘Marshall Field’ a Chicago .
Insomma, si tratta di un'operazione di marketing.
La rigidità con cui utilizziamo oggi il rosa ed il celeste non è arrivata a noi fino al 1940, come conseguenza delle preferenze degli americani interpretate da produttori e rivenditori. 
Non ho bisogno di sottolineare l'influenza che il mercato americano abbia a livello culturale in tutto il mondo e che certi usi e costumi, una volta ricevuto il beneplacito degli Stati Uniti, tendono a propagarsi ed a diventare fenomeni globali (tipo Coca-Cola, fast food e Babbo Natale di rosso vestito per capirsi)
"Si tratta di marketing e di sicuro sarebbe potuto andare diversamente " dice Paoletti .
Così i baby boomers (i bambini nati negli Stati Uniti tra il 1946 ed il 1964 durante l’esplosione demografica del dopoguerra) sono stati cresciuti in abbigliamento di genere specifico per la prima volta in secoli. I maschietti vestiti come i loro papà, le femminucce come le loro mamme. 
Le bambine dovevano indossare abiti delicati e graziosi a scuola, anche se uno stile disadorno e più ‘da maschiaccio’ rimaneva comunque accettabile per il gioco .
Poi il nuovo colpo di coda.
Con l’arrivo del movimento di liberazione delle donne alla metà del 1960, con il suo messaggio anti-femminile ed anti-moda, il look unisex divenne politico e fece di nuovo furore, ma completamente invertito rispetto al periodo della foto del piccolo Franklin Roosevelt. Ora le bambine vestivano 'in stile maschile'  o quantomeno in abiti privi di elementi di definizione di genere. 
Paoletti ha addirittura rilevato che dal 1970 il catalogo di Sears smise di proporre abbigliamento rosa per le bambine per ben due anni.
Potere del femminismo o reazione ad un lavaggio del cervello subdolo ed ingiusto?
"Uno dei concetti base del femminismo era infatti che le ragazze fossero un po' attirate in ruoli servili e di sottomissione attraverso i vestiti", dice Paoletti. 
"Se vestiamo le nostre bambine più come bambini e meno come bamboline di porcellana, avranno più opzioni e si sentiranno più libere di essere attive, volitive, assertive. Più libere di avere una voce." era il pensiero catalizzatore della reazione.
John Money, un ricercatore sull’identità sessuale presso il Johns Hopkins Hospital di Baltimora, sosteneva già all'epoca che il ruolo di genere è appreso principalmente attraverso stimoli sociali e ambientali. "Questo è stato uno dei pilastri negli anni '70 del dibattito su natura del genere contro cultura del genere", dice Paoletti .
L’abbigliamento di genere neutro, tornato alla ribalta grazie al femminismo, rimase popolare più o meno fino alla metà degli anni ’80 poi la situazione cambiò di nuovo e "Tutto ad un tratto non c’era più solo una tutina blu; si trattava di una tutina blu con su disegnato un orsacchiotto con un pallone da calcio ed i pannolini usa e getta venivano fabbricati in rosa e celeste".
L’avvento della diagnosi prenatale poi è stato un grande motivo per il cambiamento. I genitori in dolce attesa, una volta appreso il sesso del nascituro, si davano all’euforia dello shopping ‘mirato’ per maschietti o femminucce. 
"Più si individualizza un prodotto, in questo caso l'abbigliamento, più si vende", dice Paoletti. 
Il concetto di prodotto ‘mirato’ a due diversi generi attraversa tutto lo spettro del mercato rivolto ai bambini, dall’abbigliamento, ai mobili per le camerette, ai passeggini agli importantissimi giocattoli. Genitori benestanti, concettualmente, possono spendere una fortuna e decorare la casa per il bambino n.1, una femminuccia, e poi ricominciare tutto daccapo quando arriva il bambino n.2 un maschietto.
Alcune giovani madri cresciute nel 1980 private di rosa, pizzi, capelli lunghi e Barbie, Paoletti suggerisce, finiscono col respingere il look unisex per le proprie figlie. 
"Anche se sono ancora femministe, stanno percependo queste cose in una luce diversa,
anche se vogliono comunque che la loro bambina possa diventare un ingegnere o un chirurgo, non vedono niente di male nell’essere un chirurgo molto femminile."
Un altro fattore importante poi è stato l'aumento del consumismo tra i bambini negli ultimi decenni. Secondo gli esperti dello sviluppo infantile, i bambini diventano consapevoli del loro genere tra i 3 ed i 4 anni di età, e non si rendono conto della sua permanenza fino all'età di 6 o 7 anni. Contemporaneamente sono i bersagli di pubblicità sofisticate e diffuse che tendono a rafforzare le convenzioni sociali. 
"Così arrivano a pensare, per esempio, che ciò che rende qualcuno femminile è avere i capelli lunghi ed indossare un abito'', dice Paoletti. 
"Sono così curiosi eppure  così irremovibili nelle loro simpatie ed antipatie. "
Nella ricerca per scrivere il suo libro, Paoletti spiega che continuava ad avere in mente i genitori di quei bambini che non sono conformi ai ruoli di genere: dovrebbero insegnare ai propri figli a conformarsi, o permettere loro di esprimersi nel loro vestire? 
"Una cosa che posso dire ora con sicurezza è che io non sono una fan della rigidità del confine tra maschile e femminile. La perdita dell’abbigliamento neutro è qualcosa su cui la gente dovrebbe riflettere di più, come pure sul fatto che ne sta di nuovo prendendo piede una forte richiesta, per neonati e bambini. C'è tutta una comunità di genitori e bambini là fuori che stanno lottando con situazioni tipo 'Mio figlio non vuole indossare vestiti da maschio, preferisce indossare vestiti da femmina.' Non dovrebbero esistere lotte di questo tipo, o comunque affrontate in termini di giusto o sbagliato.
Dobbiamo renderci conto che il mondo della moda, del marketing, del prodotto e del produttore può essere suddiviso in bambini rosa e celesti, ma il mondo degli individui reali è ben più ricco di sfumature, ed è a quest'ultimo che noi tutti apparteniamo.
Al di là di quanto la teoria dei generi possa essere condivisibile e soprattutto destabilizzante per tanti genitori, resta innegabile che quello che viene avvertito oggi come 'status quo', come un principio assoluto della definizione e determinazione di genere, è invece il risultato di un cambiamento dettato da molteplici fattori casuali ed ambientali.
In parole povere, se vostro figlio vuole indossare il rosa e vostra figlia adora il celeste, tutto rientra comunque nella norma.
La paura ed il disagio della società di fronte a certe situazioni derivano solo dal fatto che ogni abitudine è dura a morire.
Tutto qui.
Io intanto preparo il mio completo rosa confetto, che tra altri 30 anni definirà di nuovo il macho.

Lo avete letto prima qui.

http://www.thequeenfather.com/2014/04/quei-maschietti-con-la-gonna.html


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