Παρασκευή, 16 Οκτωβρίου 2015

Caro Aurelio, un passo indietro? La politica deve farne cento avanti


Alla 'provocazione' di ieri di Aurelio Mancuso risponde Andrea, "co-papà" di tre figli
Lo sapevamo che l'articolo-riflessione di Aurelio Mancuso avrebbe fatto discutere: la sua "provocazione " di ieri, fatta da una persona nota, colta e capace di argomentare, è stata un sasso nello stagno, secondo alcuni, di un dibattito che all'interno della comunità LGBT italiana va spesso avanti per tesi precostituite, senza mai fermarsi un attimo a riflettere. E così, accanto alle (sinceramente) poche difese di Aurelio prese da qualche esponente della comunità, la discussione che si è svolta prevalentemente sui social network ha visto gran parte delle persone criticare le sue posizioni in modo netto ed inequivocabile. Gay.it, in questo sforzo di dare voce a tutti ma anche di sviluppare il dibattito interno alla comunità, ospita oggi volentieri l'intervento di Andrea Rubera, esponente romano di Famiglie Arcobaleno, padre, insieme, al suo compagno Dario, di tre bellissimi bambini.
Era il 1990. 4 anni prima era iniziata la storia con Dario, ora mio marito. Annaspavamo alla ricerca di cosa significasse “essere una coppia gay”. Modelli non ne avevamo. Di omosessualità in TV, sui giornali, si parlava solo come macchietta, malattia (l’AIDS stava imperversando anche in Italia), ricerca disperata di sesso rubato e nascosto. Noi ci amavamo e provavamo a mettere insieme tante cose, non sempre con successo: la paura, il forte sentimento, la nostra fede, il costruire una vita insieme senza sapere esattamente la direzione. Eravamo comunque nascosti a tutti, a tutto, quasi anche a noi stessi.

Ero giovane, scrivevo poesie e frequentavo alcuni poeti del giro romano, tra cui Amelia Rosselli e Dario Bellezza.

Proprio con Dario Bellezza passeggiavo un pomeriggio al mercato di via dei Pettinari. Gli raccontai di me, di Dario, del desiderio di vivere una vita insieme, di pensarci sposati in prospettiva: famiglia. Lui mi guardò con occhi stralunati, e mi disse che l’idea era folle, che l’istituzione del matrimonio, della famiglia, della stabilità sentimentale andavano contro il processo di liberazione della sessualità, dei corpi, che stavo mandando a quel paese anni di lotta. Lo capivo, era sincero. Ma semplicemente quello che mi raccontava non mi apparteneva, non mi ci ritrovavo.

Sono passati tanti anni, 25. Io e Dario ci siamo sposati, nel 2009, in Canada, a Toronto. In quel paese lontano e freddo, eppure così ospitale, abbiamo visto con i nostri occhi coppie di mamme e di papà portare a spasso i loro bimbi, abbracciarli, la loro quotidianità, banale quanto esaltante per noi. Per noi, nati e cresciuti in Italia, con un pesante fardello diomofobia interiorizzata da smaltire, la genitorialità era un tabù, innominabile, impossibile anche solo immaginarne il desiderio. Eppure quelle copertine colorate, quei passeggini, quegli abbracci e baci sembravano del tutto famigliari, a noi, come al resto delle persone canadesi che cordialmente si fermavano a complimentarsi con quei genitori, naturalmente, come se fossero sempre esistiti.

Abbiamo allora accettato di iniziare a raccontare a noi stessi quello che fino a poco prima ci negavano e piano piano la Verità è affiorata con prepotenza, come un’eruzione di un vulcano sottomarino. Piano piano rinascevamo di nuovo a noi stessi, genitori. Dopo qualche anno siamo diventati cinque: sempre io e Dario, ma con Artemisia prima e poi con Cloe eJacopo. Felici, completati: famiglia, come nell’anelito che condividevo venticinque anni prima con Dario Bellezza.

I nostri figli sono nati in Canada, desiderati voluti, sognati. Ti racconto una cosa molto privata: nel 2009, nel nostro viaggio di nozze, siamo capitati a Jerome, una piccola cittadina dell’Arizona. Un negozietto vendeva anticaglie, oggetti degli anni ’60, interessantissime per noi, cresciuti con Happy days. Un vestitino rosa vezzoso, di una bambina di tanti anni fa, faceva capolino da un armadio. L’ho preso in mano e ho sognato Artemisia: era lei, credimi, non sono pazzo. Con quei capelli giallo oro, con quegli occhi stregati. In quel momento ho saputo che Artemisia sarebbe venuta tra noi.

Ed è arrivata 3 anni dopo, grazie a Carrie Lynn, la donna che ci ha aiutato a metterla al mondo, prendendosene cura per 9 mesi e a cui saremo eternamente grati e legati a doppio filo. Carrie ha aiutato a venire al mondo anche Jacopo e Cloe. Ce lo ha chiesto lei che, nata in Canada, paese fatto di famiglie giovani e numerose, non poteva sopportare l’idea che Artemisia rimanesse figlia unica. Nei due giorni più importanti della nostra vita, eravamo quattro in sala parto: io, Dario, Carrie-Lynn e Tara, sua moglie e con lei madre di due figli, Chelsea e Logan. Sì, Carrie è una donna lesbica che desiderava aiutare una coppia gay nel loro desiderio di genitorialità. Ed ha scelto noi. Sì, perché la legge canadese, oltre a prevedere che la gestazione per altri sia solo altruistica, affrontata da donne già madri e che non devono avere legame genetico con il bambino che ospitano in grembo, prevede anche che sia la donna a scegliere la coppia da aiutare e non viceversa. E oggi Carrie, con cui ci sentiamo quotidianamente, ha tatuato sul ventre, su quell’amabile ventre che ha ospitato i nostri figli per nove mesi, “Sempre famiglia”, in italiano, sì. Per significare, secondo lei, che quel rapporto non finirà mai, che saremo sempre legati.

In Canada eravamo sposati, entrambi padri dei nostri figli, tra loro fratelli. Sono bastate 9 ore di volo a fare diventare noi due papà single, che casualmente condividono lo stesso appartamento, e i nostri figli degli estranei tra loro e con l’altro papà. Un disastro, insomma. Sarebbe un vero disastro se non potessimo contare sul buon senso delle persone, e gli Italiani che, se fanno il salto dal piano ideologico a quello umano, riescono sempre e comunque ad essere accoglienti, amorevoli. La nostra vita scorre normale: dal pediatra, a scuola, in spiaggia, in palestra, a volte anche nei contesti cattolici. I bambini sono bambini, l’amore è amore. La famiglia è il luogo dove si ama e si viene amati. Questo mi ripetono i genitori dei compagni di scuola.

Ma il disastro è reale nella misura in cui i nostri figli sono cittadini di serie B, cittadini mutilati, invalidi civili. A loro non è concesso di poter avere riconosciuti i diritti che gli derivano dall’avere due genitori. Per lo Stato uno di noi due è un estraneo per il figlio che ha tanto desiderato, voluto, sognato. Dario (che ha tagliato il cordone ombelicale di Artemisia) per andare a prenderla a scuola ha bisogno della mia delega, come la baby sitter. Se io venissi meno, che garanzia avrebbe Dario di poter continuare a essere il papà di Artemisia? Se io impazzissi e non volessi più vedere Dario, e non volessi neanche che lui vedesse più Artemisia, che diritto avrebbe lei di poter seguitare a frequentare il suo “Papu”? E se Dario decidere di sparire, che diritto avrebbe Artemisia di continuare a ricevere la sua cura sia materiale sia affettiva? Una parola sola: nessun diritto.Cittadini di serie B. Bambini fantasma.

Oggi leggo che inviti noi papà gay a fare un passo indietro, a non mostrarci più, a non chiedere più esplicitamente nulla. Lo chiedi per la causa della legge sulle unioni civili, per farla passare. Ma nella tua richiesta inserisci anche un viscido e denso giudizio sulla gestazione per altri, che probabilmente non conosci, o forse conosci solo nella sua dimensione deprecabile di “utero in affitto”, pratica che ogni essere umano, io per primo, dovrebbe condannare duramente e che prevede sevizia, sfruttamento, perdita di libertà. Ed invece si tratta di storie a lieto fine… sì quel lieto fine dove ci si abbraccia tutti, dove ci si scambiano i regali a Natale, dove si fanno le foto stupide insieme, dove non ci sono sfruttatori e sfruttate, ma solo bei ricordi e tanti anni davanti insieme. Storie di gestazione per altri che, per inciso, riguardano 95 volte su 100 coppie eterosessuali e che non c’entrano per nulla con il disegno di legge “Cirinnà”, che non prevede in alcun modo la gestazione per altri che rimarrà proibita in Italia.

Sai che in genere ti stimo, ma questa tua esortazione alla “scomparsa” la trovo veramente inopportuna e priva di senso e di solido aggancio alla realtà. E la trovo anche pericolosa perché casca nel tranello di chi vuole agganciare, con malizia calcolata, la legge sulle unioni civili all’”utero in affitto”, con l’obiettivo di creare lo spauracchio per impedire che alcuna legge venga alla luce. Che passo indietro dovremmo fare di fronte alla Verità e Bellezza delle nostre famiglie? Cosa dovremmo fare se non raccontare l’assurda e incivile situazione condizione in cui ci troviamo noi e, soprattutto, in cui si trovano i nostri figli? Vuoi forse farci capire, come fanno alcuni “gay di una volta”, che un gay, come dice Aldo Busi, non può essere, ad esempio, né genitore né cattolico, come sono ad esempio io? O possiamo sperare nel diritto a progettare la nostra vita a trecentosessanta gradi, senza alcun limite che non sia il rispetto per la dignità dell’altro?

Stiamo attenti ché, continuando su questa strada, potrà arrivare sempre qualcun altro che porrà sempre più in alto l’asticella di ciò che non può essere desiderato, di ciò che non può essere nominato. l temi reali su cui dovremmo serenamente, civilmente, e evitando l’odioso scontro ideologico sono: i figli delle coppie gay crescono bene o meno? (la scienza ci dice sì); due gay possono essere bravi genitori o meno? (la scienza ci dice di nuovo sì); la gestazione per altri, così come avviene in USA e Canada, assicura o meno la libertà e l'altruismo della scelta della donna? (le leggi americane e canadesi ci dicono sì); si può e si deve arginare lo sfruttamento delle donne dei paesi del terzo mondo per la pratica dell'utero in affitto? (credo di poter parlare a nome di tutte la famiglie arcobaleno italiane dicendo che tutti noi grideremmo in coro "SI, LO VOGLIAMO CON TUTTI NOI STESSI!”).

A tutte queste domande si dovrebbe rispondere se si vuole fare politica e scegliere adeguatamente le soluzioni migliori per, anzitutto, salvaguardare il benessere e il futuro di bambini che già oggi esistono e che all'estero hanno già riconosciuti due genitori dello stesso sesso. Per noi non è possibile fare alcun passo indietro. La nostra famiglia, i nostri bambini hanno bisogno urgente di tutela. Per noi, che siamo genitori, nulla può prescindere da questo. Le unioni civili, senza riconoscimento di un futuro dignitoso per i nostri figli, non hanno ragion d'essere per noi perché ci ritroveremmo monchi nella nostra più profonda componente identitaria.

Per la politica questi bambini non esistono. Sono, come ho detto prima, bambini fantasma, schiacciati tra un “affido rafforzato”, la “stepchild adoption”, i fantasmi evocati dello sfruttamento del corpo della donna, le farneticazioni della genitorialità vista solo come emanazione genetica (arrivando a negare pure la bellezza del legame genitoriale tra adottato e adottante) e, soprattutto, il nulla cosmico che si cela dietro la protezione sociale che dovrebbe derivare dai diritti che spettano loro e di cui non godono. Proprio da te doveva arrivare questo calcio sonoro nel sedere della mia famiglia a cui proponi l’”invisibilità” per il bene comune?

Oscar Wilde diceva oltre 100 anni fa: “Le cose vere della vita non si insegnano né si studiano: si incontrano”. Ecco, se vuoi fare politica dentro il partito di cui fai parte, ricordalo a tutti. Non si può rimanere imprigionati nel principio ideologico astratto. Bisogna scendere per strada, incontrare le persone, cercare di carpire e godere la Bellezza e la Verità che sta in ognuno, nessuno escluso.

Non siamo noi a dover fare un passo indietro. E’ la politica a dover fare centro passi in avanti.

Andrea Rubera
http://www.pinknews.co.uk/2015/10/15/italy-kicks-off-long-awaited-debate-on-same-sex-civil-unions/?utm_source=PNFB&utm_medium=socialFB&utm_campaign=PNFacebook


"PERCHE' SOLO DI AMORE..E DI UGUAGLIANZA..SI TRATTA" - Valeria MAZZOTTA


Si discute molto in questi giorni del progetto di legge sulle unioni civili, la cd. Legge Cirinnà. Progetto di legge ripresentato sempre a firma della senatrice Cirinnà il 6 ottobre 2015, a seguito del pesante ostruzionismo che il progetto iniziale aveva incontrato in Commissione Giustizia ad opera di alcuni senatori, come attestato dagli oltre 4.000 emendamenti apportati. E di ostruzionismo non si parla a caso, sol che si abbia riguardo al tenore letterale, assolutamente risibile per certi versi, di alcuni degli emendamenti suddetti (v’è chi addirittura ha proposto la sostituzione del richiamo alle norme sul matrimonio con quello alle norme sulla responsabilità degli amministratori delle s.p.a. ).
Di fatto il testo originario presentato già nel 2013 è stato completamente stravolto: è scomparso ogni riferimento all’accesso all’adozione congiunta  e al matrimonio. Resta la qualificazione delle unioni tra persone dello stesso sesso come specifiche formazioni sociali, a voler rimarcare appunto che, con la legge in oggetto, non si vuole estendere alle coppie omosessuali il matrimonio. Ma si estendono ai partner omosessuali sostanzialmente gli stessi diritti e doveri vigenti tra i coniugi anche nell’ipotesi della cessazione della convivenza. Si tratta, credo, di una scelta forzata: di matrimonio omosessuale in Italia ancora non si può parlare, ma una tutela alle coppie dello stesso sesso occorre darla (lo impone anche la Corte Costituzionale che con la sentenza 138 del 2010 afferma che una legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso è la conseguenza del diritto fondamentale delle persone omosessuali di vivere liberamente la loro condizione di coppia). E quindi, per così dire, si è optato per il male minore, ispirandosi al modello tedesco che, peraltro, oggi nella stessa Germania viene messo in discussione in favore dell’apertura al matrimonio.
Certamente una delle questioni calde che spacca le forze politiche in Parlamento è rappresentata dalla stepchild adoption: abbandonata cioè l’adozione legittimante per i partner dello stesso sesso, l’art. 5 del progetto di legge prevede la possibilità di adottare il figlio biologico del partner.
Lascio a quelli bravi le considerazioni giuridiche sul punto. Quello che tuttavia mi sento di proclamare a piena voce è che le famiglie costituite da persone dello stesso sesso sono famiglie a tutti gli effetti e necessitano di una status giuridico vero e proprio. E non solo per dare rilevanza ai rapporti tra i partners ma anche a quelli tra di loro e i figli che di quel nucleo vengono a far parte.
Si, perché non si può negare la possibilità di avere un figlio a due persone dello stesso che costituiscono  una famiglia fondata sull’amore, sulla solidaretà e sul reciproco impegno d’osservanza di una pluralità di diritti e doveri, al pari di un marito e di una moglie. Assurdi divieti di attribuire rilevanza giuridica al rapporto di filiazione interno alla coppia omogenitoriale sono il frutto di un dogma, del non sapere, del non voler conoscere davvero. Personalmente mi sono interrogata a lungo sulla questione, sull’ammissibilità o meno per la coppia omosessuale di  avere figli. Oggi di dubbi non ne ho più , e se qualcuno latente ancora ci fosse stato, è svanito. E’ svanito allorchè mi sono trovata a conversare con un amico al telefono, un professionista affermato ed insigne giurista, sposato con un altro uomo. E mentre ci confrontavamo su questioni lavorative, in sottofondo il figlioletto di un anno e mezzo piangeva facendo i capricci perché voleva giocare col telefono di papà….proprio come mia figlia di due anni, nata dalla regolare unione matrimoniale con mio marito..di sesso maschile. E il papà, chiamando tesoro il suo bambino, lo ha invitato ad attendere la fine della nostra conversazione, proprio come si confà a un bravo genitore, amorevole nei confronti del figlio ma anche consapevole di doverlo educare.
Io genitore, uguale a lui, genitore. Non c’è differenza. Quel bambino è nato dopo una scelta lungamente ragionata tra due uomini che si amano, e che, assunte le informazioni necessarie, sono ricorsi alla maternità surrogata. Nessuna mercificazione: la madre portatrice ha espressamente dichiarato di voler portare avanti la gravidanza perché  quello “stato” le piaceva. I due papà le sono stato accanto per tutti i nove mesi seguendo la gestazione di quello che, al quinto mese del concepimento, con decreto il Giudice californiano ha dichiarato essere loro figlio. E quando il bimbo è nato, precoce, quei due papà hanno vissuto per tre mesi accanto a lui, soffrendo, sperando, e abbandonando il lavoro pur di assistere fin dai primi giorni di vita “il frutto del loro amore”. Oggi quel bimbo frequenta l’asilo in una città italiana, è perfettamente inserito nel contesto scolastico e sociale, è forse un po’ viziato e certamente ha un bel caratterino, ma è sereno. E’ un bambino profondamente amato, al quale i due papà racconteranno presto come è venuto in questo mondo.
Come già ho scritto, abbattiamo il muro dell’ignoranza, solo così la società italiana potrà evolvere come già si sono evolute gran parte delle società occidentali.  Non ne facciamo questioni ideologiche, etiche o morali. Perché solo di amore e di piena uguaglianza si tratta.

1 σχόλιο :

  1. Giovanni Dall'Orto
    ·
    Il movimento gay italiano si è trovato ad un bivio diversi anni fa, quando ha dovuto decidere se prestare federe alle promesse degli uomini politici, o portare in tribunale le istituzioni. Coloro che come Arcigay ed Arcilesbica hanno scelto la prima strada, dopo dieci anni di promesse vane, sono ormai disperati di poter dire: "QUALCOSA abbiamo comunque ottenuto, con questa strategia", ed aspettono come manna dal cielo le bricioline della Cirinnà, chi come Rete Lenford o Certi Diritti ha seguito la seconda strada, invece, sa che la Cirinnà non solo non offre nulla di più di quello che nel frattempo è stato GIA' ottenuto nei tribunali, ma addirittura pone paletti per impedire che per quella via si possa ottenere altro per molto tempo ancora.
    La Cirinnà è, di fatto, una legge CONTRO il matrimonio gay, e non a favore del suo progressivo ottenimento. Nasce per sbarrargli la via, e non per darcene un assaggino, in attesa del resto, come credono i gay piddini (e SOLO loro), rivelando in ciò una totale incapacità di analisi politica (al loro solito).

    Ora qui leggo che coloro che hanno seguito la prima via "non sono d'accordo" con chi critica per questi motivi la Cirinnà. Vi assicuro che mi sarei stupito del contrario. Dire: "ci siamo, semplicemente, sbagliati" costa sempre molto, tuttavia dire "Ci siamo pure siamo lasciati infinocchiare come coglioni da vane promesse ed abbiamo sbagliato come dei principianti", brucia molto di più.

    Ma ribadisco: la Cirinnà non è "un primo passo": è una pietra tombale sull'attività di ottenimento del matrimonio. Che è poi, guarda caso, quello che chiede lo stesso movimento lgbt.

    Mai visto un movimento che come quello lgbt crede che fare politica sia giocare sempre e solo al ribasso.
    Mai un rilancio, mai un progetto, mai uno slancio. Il che vuol dire: mai mettersi contro i politici, potrebbe andare di mezzo quella candidatura a cui tutti i leader del suddetto movimento aspirano come coronamento della loro esistenza... Una pura coincidenza?

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