Τετάρτη, 16 Οκτωβρίου 2013

«Η Χρονιά με τα 13 Φεγγάρια» (In Einem Jahr Mit 13 Monden) Un anno con 13 lune



Η Κίνηση "Απελάστε το Ρατσισμό" Κορυδαλλού - Νίκαιας, διοργανώνει την Τετάρτη 30 Οκτώβρη στις 7μ.μ. στο Πνευματικό Κέντρο Κορυδαλλού
(Αίθουσα «Πλειάδες» - Γρ. Λαμπράκη & Καρυταίνης 4, 3ος όροφος) προβολή "H Χρονιά με τα 13 Φεγγάρια" («In Einem Jahr Mit 13 Monden») του Ράινερ Βέρνερ Φασμπίντερ. Είσοδος (πάντα) δωρεάν.
Θα ακολουθήσει ανοιχτή συζήτηση.
ΟΧΙ ΣΤΗΝ ΟΜΟΕΡΩΤΟΦΟΒΙΑ, ΟΧΙ ΣΤΗΝ ΚΑΤΑΠΙΕΣΗ!
ΙΣΑ ΔΙΚΑΙΩΜΑΤΑ ΓΙΑ ΟΛΟΥΣ.


Για τη Μαρία μας που έφυγε νωρίς...



«Η Χρονιά με τα 13 Φεγγάρια» (In Einem Jahr Mit 13 Monden) του Ράινερ Βέρνερ Φασμπίντερ (Δ. Γερμανία, 1978)
Χρόνια πριν, ο Έρβιν ήταν άντρας. Αυτός που αγάπησε περισσότερο από οτιδήποτε στη ζωή του τού είχε πει «Κρίμα που δεν είσαι γυναίκα». Χρόνια μετά ο Έρβιν είναι πια γυναίκα με το όνομα Ελβίρα. Μόνη και διαλυμένη πλησιάζει το τέλος, αντιμέτωπη με όλα όσα δεν την άφησαν ποτέ να γίνει ευτυχισμένη.
Περισσότερο ακόμη και από τη πιο διάσημη «γκέι» ταινία του ανοιχτά ομοφυλόφιλου Φασμπίντερ, τον «Καυγατζή», η «Χρονιά με τα 13 Φεγγάρια» παραμένει ίσως η πιο γενναιόδωρη δήλωση του σκηνοθέτη πάνω στην ομοφυλοφιλία, τον τρανσβεστισμό και τη «χαμένη» ερωτική ταυτότητα – και τα τρία σοβαροί λόγοι για να βρεθείς οριστικά και αμετάκλητα στο περιθώριο. Ένα σχεδόν αυτοβιογραφικό πικρό χρονικό μιας ζωής που δεν αξίζει να υπάρχει αν δεν είσαι ικανός να σε «αγαπήσουν».




Doloroso e intimo, con una sobrietà e una dolcezza che non ti aspetti; quest’opera è una carezza, di quelle malinconiche, che sanno dispensare solo le persone che soffrono, quelle che hanno più bisogno di affetto e che proprio nel loro dolore scoprono una vicinanza profonda, fraterna, nei confronti dell’altro, vicino o lontano non conta.
Quando vengono a coincidere l’anno della luna – che si verifica ogni sette anni – con quello delle tredici lune – anno in cui nell’arco dei dodici mesi si contano tredici noviluni – gli individui più sensibili e che maggiormente agiscono travolti dai sentimenti rischiano di divenire preda di depressione e sconforto. Questo è l’incipit con cui Fassbinder rende l’ultimo saluto all’amante Armin Meier, morto suicida dopo la rottura del loro legame, il 31 maggio ’78, compleanno del regista e anno in cui ci fu coincidenza dei due eventi astrologici.
La storia è quella degli ultimi cinque giorni di vita di Erwin, dilaniato da un rapporto malato e distruttivo, che lo spingerà, lui che ha moglie e figlia, per amore di un uomo, a recarsi a Casablanca e tornare come Elvira. Una riflessione amara, per l’esistenza di un’anima spezzata, che, tormentata da un’incurabile nausea di se stessa, non regge al peso della vita. Vita che è il risultato di continui rifiuti, disseminata di abbandoni e privazioni, taluni anche dimenticati dalla coscienza, ma con profonde cicatrici nella psiche.

L’inquietudine e la disperazione risalgono dal fondo degli enormi occhi azzurri di Elvira, un superbo Volker Spengler, e si assiste al suo spezzarsi; provata dalle continue umiliazioni, non trovando equilibrio né come Elvira né come Erwin, lo strappo diventa inesorabile, e l’unica soluzione auspicabile rimane il suicidio. Ma questa non è comunque un’azione negatrice. Il suicida vuole la vita, è scontento solo delle condizioni che gliel’hanno resa assolutamente insostenibile; non rinuncia affatto alla volontà di vivere, ma solo alla vita.
Tante sono le sequenze in cui le azioni sono relegate in secondo piano, perdendo quasi di significato, e le parole risaltano e incantano, anche quando sono terribili, come nei racconti della suora o del suicida o nella fiaba della prostituta Zora; in altre, invece, le immagini, fragorose e disperate, sono di enorme potenza espressiva, come l’episodio del macello, o, grottesche, rendendo la prospettiva di sconfortante desolazione in cui è reclusa Elvira. Pellicola girata in 25 giorni, con Fassbinder che si è occupato, oltre che della regia, anche della fotografia, della sceneggiatura, della produzione e del montaggio; intensità che permea l’intero lavoro, nel tentativo di esorcizzare il dolore e le colpe del regista.

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