Δευτέρα, 17 Φεβρουαρίου 2014

la scuola è il luogo dove nasce e si sviluppa l'omofobia.


E' da lì che bisogna ripartire.

17 Μαΐου 2013 στις 11:25 μ.μ.


Estratto del mio intervento alla biblioteca del Senato all'occasione della giornata mondiale contro l'omofobia.


L'omofobia si semina nella mente dei bambini già nella scuola materna. Si semina per assenza di rappresentazioni dei nostri percorsi di vita, si semina per la repressione apparentemente blanda fatta sui bambini ogni qualvolta si allontanino dai modelli prefissi del genere, si semina ogni volta che una maestra o un maestro fanno finta di non sentire le parole offensive uscire dalla bocca di bimbi di sei anni, si semina ogni volta che un adulto di riferimento sorride e si diverte di fronte alle offese, si semina ogni volta che un adulto dice "femminuccia" a un bimbo e "maschiaccio" a una bimba...
L'omofobia si sviluppa e si diffonde alla scuola elementare perché gli insegnanti non sono stati formati al rispetto delle differenze e ancora meno all'accoglienza delle differenze. L'omofobia cresce ogni volta che la parola sesso viene abbinata con timore e repulsione alle relazioni omoaffettive, si semina per l'assenza di immagini e di racconti positivi che descrivano le nostre coppie e le nostre famiglie.
L'omofobia esplode con violenza nelle scuole medie e nelle scuole superiori quando non viene dato nessun supporto ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze omosessuali o transgender, quando la derisione e la negazione vengono offerte come uniche risposte e troppo spesso sfociano in conseguenze terribili: solitudine, aggressioni, disperazione e suicidio.


Lo Stato e le istituzioni sono responsabili della formazione dei nostri giovani e per conseguenza anche responsabili dell'omofobia e della transfobia che nasce e si sviluppa nella scuola e a casa.
È dovere dello Stato fornire ai giovani e ai formatori, con provvedimenti mirati e seri, gli strumenti per combattere il sessismo e l'odio omofobico e transfobico a scuola, e dare così ai giovani (come spesso è accaduto su altri temi) l'opportunità di insegnare a casa il rispetto, nel linguaggio e negli atti.
Questa è secondo me la base della lotta, il punto irrinunciabile di partenza: una battaglia collettiva e comune condotta da Stato, esperti e associazionismo per una scuola dell'inclusione, del rispetto e del sostegno. Una scuola in cui le famiglie, tutte le famiglie oggi presenti sul territorio dello Stato, tutte le formazioni sociali (per citare l'art. 2 della Costituzione), trovino spazio nel linguaggio, nei libri usati, nella preparazione stessa dei docenti.
Bisogna restituire dignità e visibilità alle nostre persone, alle nostre coppie, alle nostre famiglie e ai nostri figli. Per questo ci vuole un lavoro di fondo, serio e capillare, che non tema né le critiche, né gli oppositori reazionari, né tutti coloro che vorrebbero continuare a imporre nell'immaginario istituzionale un solo e unico modello possibile di famiglia.



lunedì 17 febbraio 2014

Sulle 49 cosiddette “fiabe gay”



Per cominciare, l'antefatto, che lascio ai titoli di quotidiani e ai rispettivi link.

7 febbraio 2014, "Il Corriere del Veneto".

L'articolo si conclude con questo "salvifico" messaggio:
L’assessore alla cultura della Provincia di Venezia Raffaele Speranzon, affida a facebook il suo commento: «Il Comune di Venezia dove vivono migliaia di indigenti spreca 10mila euro per comprare questi libretti - sbotta - Il Comune guidato maldestramente dal sindaco Orsoni pensi a garantire la pulizia nelle scuole comunali che sono lerce invece di buttare i soldi pubblici per comprare libri spazzatura». 

7 febbraio 2014, "Il Giornale".

7 febbraio 2014, "La Nuova Venezia".

8 febbraio 2014, "Il Gazzettino di Venezia e Mestre".

13 febbraio 2014, "Il Corriere del Veneto".


Leo Lionni, Guizzino, Babalibri.

Sul caso delle cosiddette “49 fiabe gay” distribuite ai bambini dell’asilo nido e della scuola dell’infanzia del comune di Venezia, mi hanno particolarmente colpita i titoli roboanti dei giornali, non certamente le prevedibilissime reazioni di taluni politici, sempre pronti a promuovere pretestuose crociate (possibilmente brevi, massmediaticamente rumorose e senza conseguenza alcuna per il loro portafoglio e il loro investimento personale) in difesa dei diritti dei bambini, dei quali ci si ricorda, ovviamente, solo in casi come questo.



“49 fiabe gay”? Ma da chi e in quali anni sono state pubblicate queste fiabe? Da studiosa di letteratura per l’infanzia ho subito frugato fra i miei appunti, ho riletto recensioni e libri, e sono andata a scandagliare le banche date informatizzate dedicate ai libri per ragazzi.

Indagando in maniera approfondita, si scopre che fra le 49 presunte “fiabe gay”, sono inclusi, ad esempio, anche opere di letteratura per l’infanzia irrinunciabili quali Piccolo blu e piccolo gialloPezzettino o Guizzino di Leo Lionni, A caccia dell'orso di Michael Rosen e Helen Oxenbury, Sono io il più bello di Mario Ramos, Ninna nanna per una pecorella di Eleonora Bellini e Massimo Caccia, Forte come un orso di Katrin Stangl, Dove è la mia mamma? di Julia Donaldson e Axel Scheffler o  Il pentolino di Antonino di Isabelle Carrier.

Gli albi che trattano il tema dell’omosessualità risulterebbero essere in definitiva solo quattro che, insieme agli altri 45 libri, sono stati selezionati e offerti ai bambini per aprire un dialogo sulle tematiche legate all’accettazione dell’alterità e alla decostruzione degli stereotipi culturali e di genere, così pervicacemente diffusi nella nostra quotidianità.
Sorge allora spontanea una domanda: questa esile pattuglia di albi illustrati rappresentano veramente un “rovesciamento di centralità” delle forme familiari tradizionali, secondo quanto paventato, ad esempio, in alcuni quotidiani nazionali (es. Silvia Vegetti Finzi sulle pagine de Il Corriere della Sera di venerdì, 7 febbraio)? A me pare di no.

Eleonora Bellini, Massimo Caccia, Ninna nanna per una pecorella, Topipittori.

La fumosa polemica sollevata in questi giorni denota, purtroppo, ancora una volta, una diffusa mancanza di cultura relativa sia alla letteratura per l’infanzia (i cosiddetti “libretti”, SIC) sia agli orientamenti dell’attuale pedagogia della lettura.

Katrin Stangl, Forte come un orso, Topipittori.

Da tempo, gli studiosi italiani e stranieri hanno messo in evidenza il lungo e faticoso cammino che questa disciplina è riuscita positivamente a compiere nel corso della sua dibattuta evoluzione storica: dall’ottocentesca funzione moralistica, omologante, istruttivo-didascalica, la letteratura per l’infanzia è riuscita ad approdare, come ci ricorda il pedagogista Franco Cambi, in maniera sempre più ardita e dirompente, a una produzione libera, divergente, utopica, convinta sostenitrice di un concetto di infanzia indipendente, inquieta, critica, che si interroga sulle questioni profonde della vita: l’amicizia, l’amore, l’attesa, l’inganno, la paura, il tradimento, la guerra, la fedeltà, il coraggio, la morte.

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La finalità educativa della letteratura per l’infanzia non è, infatti, imporre a bambini e ragazzi modelli precostituiti ai quali essi debbano uniformarsi, ma accompagnarli dentro boschi narrativi che parlino di tutti gli aspetti della nostra vita, anche di quelli più bui e spinosi, attraverso i quali essi possano imparare a conoscere e ad accettare la natura inquieta dell’uomo, l’ambivalenza delle relazioni umane e i chiaroscuri della vita, nel convincimento che “se rappresentati e comunicati”, essi possono essere affrontati e compresi.

Nulla di più lontano pertanto dalla propaganda e da La mala educación.

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