Κυριακή, 13 Ιανουαρίου 2013

Due mamme: le maestre con noi sono gentili. Un padre: i nostri ragazzini tanto amati La Cassazione e le famiglie omosex





Lisa-Marie ha dieci anni, frequenta la quarta elementare di un paesino dell’Irpinia, ha un cane e un fratellino (arrivati in quest’ordine). Quando si è stufata di studiare pianoforte ha litigato con sua madre e le ha detto che avrebbe continuato solo se avesse potuto fare anche danza e non karate, come voleva lei. Dopo la scuola tende a correre in camera sua per giocare e anche lì ogni tanto c’è da discutere, perché prima le dicono di fare i compiti.


Durante una trasmissione tivù il conduttore aveva detto che i bambini che non sanno chi è il loro padre sono destinati a soffrire. Lisa-Marie era seduta sul divano. Accanto c’erano le sue due mamme, Giuseppina e Raphaelle. Una le ha chiesto: «Ti dispiace non sapere chi è il tuo papà?». E lei: «Se non lo conosco nemmeno perché devo soffrire? La mia famiglia siete voi».


Anche Arianna ha 10 anni e vive a Roma. Fa nuoto e catechismo. Per quest’ultimo si è impuntata, tutte le amiche faranno la prima comunione in primavera e non voleva essere da meno. I genitori si sono separati quando aveva quattro anni. Il padre non l’ha presa bene e voleva togliere l’affido alla mamma. Poi i grandi si sono chiariti e hanno divorziato. Federica, la madre, aveva conosciuto quasi subito Cecilia. Due anni fa Arianna è volata con loro a Barcellona dove «Lilli» è stata fecondata dei gemelli Emma e Valerio, che ora hanno 15 mesi. Il sabato, senza la scuola o l’asilo, fanno colazione tutti insieme nel lettone. Federica racconta: «Io e la mia compagna siamo infermiere. Cerchiamo di avere sempre i turni opposti in modo che se manca una, in casa c’è l’altra. Ci sentiamo una famiglia normale, le maestre sono gentili, andiamo a prendere i bambini senza bisogno di delega. La tragedia è che non ci sono diritti. Se ci succede qualcosa l’altra non può fare niente».

Due madri o due padri, le famiglie arcobaleno. Con oltre centomila figli secondo le stime di Arcigay e l’Istituto superiore di sanità ferme al 2005: il 17,7% dei gay e il 20,5% delle lesbiche con più di 40 anni ha prole, e il 49% delle coppie omosessuali la vorrebbe. A sentir loro, più che gli studi scientifici (perlopiù americani) a garanzia di una crescita serena conta la quotidianità.

Ammette Walter, 48 anni, direttore di una cooperativa sociale a Livorno: «Il dubbio di aver fatto per loro la cosa giusta mi sfiora eccome. Io e Mario abbiamo tre figli, il primo ha due anni e mezzo, i gemelli uno. Ci ha aiutato conoscere e frequentare altri genitori come noi. E ci confortano i colloqui positivi al nido. Abbiamo dei parametri di riferimento: da come i piccoli si svegliano, a come e quanto piangono. Ci sembrano sereni. Abbiamo mantenuto un rapporto con la “gestatrice di sostegno”.

Dal punto di vista sociale non c’è nessun problema. Dal punto di vista legale sì. Ma i bambini sono cittadini americani, e lì siamo riconosciuti entrambi come padri. In Italia abbiamo dovuto prendere delle tutele, come la nomina dell’amministratore di sostegno in caso di morte o di incapacità di intendere e di volere».


Claudio Rossi Marcelli è un giornalista di Internazionale, dove risponde ai lettori nella rubrica Dear daddy raccontando di sé, del suo compagno, Manlio, e dei loro tre bambini: vivono insieme a Ginevra. A dicembre aveva scritto: «Con tre figli la logistica è decisamente più complicata: per allacciare le cinture dei tre seggiolini stipati uno accanto all’altro sul sedile servirebbero delle manine di fata, non certo quelle di due papà. Non è più possibile dividersi un figlio ciascuno: in aereo io mi gestisco il piccolo e mio marito le gemelle». In un libro (Hello daddy!, Mondadori) ha descritto la sua vita arcobaleno. Con ironia al telefono confessa: «Tre figli lasciano poco tempo per ragionamenti filosofici, stiamo più attenti a cambiare pannolini e a evitare che uno di loro finisca sotto un’auto». Le difficoltà future? «Ci abbiamo stra-pensato, ora vorremmo dimenticarci di essere genitori gay. La differenza tra noi e molti altri eterosessuali è che i nostri figli non possono mai nascere per un “incidente”: arrivano dopo tante riflessioni. Di sicuro, sono molto amati».

Tommaso Giartosio ha spiegato a Lia, la sua primogenita nata nel 2006 in California, che per metterla al mondo sono stati necessari un seme, un ovetto e una pancia. Il papà aveva solo il seme, l’ovulo lo ha donato una donna e un’altra, Nancy, ha fatto crescere in pancia prima Lia e, nel 2008, il suo fratellino Andrea. Prosegue Tommaso: «Nancy ha fatto anche da testimone di nozze a me e a Franco. Veniamo chiamati entrambi “papà”, o Papacco e Patò.

Giuseppina La Delfa, la mamma legale della Lisa-Marie che vive in Irpinia, è presidente dell’associazione Famiglie Arcobaleno. Conclude: «Non siamo tanto diverse dagli altri. La nostra vita di madri è fatta per il 90 per cento di incombenze. Con qualche complicazione in più».

@elvira_serra

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