Τετάρτη, 2 Ιανουαρίου 2013

Omogenitorialità, l'ospedale di Padova riconosce le mamme gay

Hospital in Padua first to recognize gay parents

When a new baby is born, now the parents are indicated as 'partners' instead of 'mom' and 'dad'

03 January 2013 | By Daniele Guido Gessa

 A hospital in Padua, in northern Italy's Veneto region, has started to write on new parents’ bracelets ‘partner’ instead of ‘mom’ and ‘dad’.

The new move was requested by a lesbian couple who gave birth to a baby on New Year’s Eve, following an In Vitro Fertilisation abroad.

The two mothers would not accept a bracelet indicating one of them as a ‘dad’.

The Padua hospital, like all the hospitals in Italy, provides the bracelets when a new baby is born.

One is worn by the baby, one by the mother and one by the father. But the lesbian couple refused to accept the bracelets and asked for two items indicating them as ‘partners’.

Giovanni Battista Nardelli, the hospital manager, said: ‘We decided to satisfy the two mothers’ needs. And we’ve done our best.’

The news has been welcomed by Italian LGBT associations as a small step against discrimination.

Italian same-sex couples don’t have any rights and are not recognized by law.



Il braccialetto per i neo-genitori
.Le reazioni Zan: "Padova apripista dei diritti"
 Coppie di fatto, Padova apripista in Italia
 E in Francia il primo nato 2013 ha due mamme

di Fabiana Pesci


PADOVA. Basta una parola. Da “padre”, ad un più generico “partner”. Mentre l'Italia si divide, la politica si interroga se sia giusto che le coppie gay possano adottare figli, la realtà, come spesso accade, è già almeno tre passi avanti.

L'azienda ospedaliera ha fatto i conti con una famiglia non contemplata dalla legge: per questo ha dovuto cambiare la dicitura sui braccialetti di riconoscimento che vengono stretti al polso dell'altra “metà della coppia” dopo la nascita del figlioletto. Finchè ad essere dotati di sistema di riconoscimento erano solo mamma e bimbo di problemi non ce ne sono stati, il nodo è venuto al pettine nel momento in cui, per una questione di sicurezza (il bracciale rientra in quel grande calderone che si chiama “Gestione del rischio clinico”) è stato dotato di fettuccia anche l'altro genitore.


Prima riportava solo un numero, poi è stato aggiunto un “madre” e “padre”. Circa due mesi fa è accaduto l'imprevedibile. Il personale della Clinica avrebbe potuto continuare a cercare il papà di quel bimbo nato nel reparto diretto da Giovanni Battista Nardelli ovunque. Nessuna risposta alla ricerca del “padre” cui attaccare al polso il bracciale dedicato. Madre single? Nemmeno per idea. Al momento della firma dei documenti, è stato risolto il rompicapo. In Clinica si sono trovati di fronte ad una coppia di fatto costituita da due “lei”, una delle quali ha dato alla luce un bambino. «Di fronte a questa situazione abbiamo capito che la dicitura “padre” avrebbe, di lì in avanti, potuto creare inopportuni imbarazzi per i genitori. Ne è nato un percorso di verifica con la direzione sanitaria fino alla soluzione: abbiamo modificato i bracciali, non facendo più scrivere “padre”, ma un più generico “partner”. E' stato un processo lungo, scattato a seguito di un evento oggettivo, che ci ha permesso però di compiere una riflessione fondamentale», spiega Nardelli.


I vincoli della legge 40, che vietano la fecondazione eterologa, nulla hanno potuto di fronte alla volontà di due donne di diventare madri. Nessuno ha chiesto come è stato concepito quel figlio, se all'estero con la procreazione assitita o in altro modo. In Clinica l'imperativo non è stato rispondere a domande, ma risolvere una questione urgente.

«Ci troviamo di fronte a cambiamenti culturali e sociali cui noi clinici dobbiamo saper rispondere in modo adeguato», continua il direttore della Clinica ginecologica. Ed ai mutamenti il professor Nardelli ci è più che è abituato: sono scritti nero su bianco nei report del centro di Pma, cui si rivolgono sempre più donne over 40 dopo la delibera regionale che permette di accedere al servizio fino ai 50 anni. Cambiano le donne, ma si modifica anche l'assistenza: il 2013 secondo Nardelli sarà l'anno della rivoluzione, in cui le ostetriche avranno nuove competenze. A loro i parti fisiologici (con la supervisione di un medico): «Perchè di norma la gravidanza è uno stato della donna, e non una patologia».


Le famiglie omogenitoriali non differiscono da quelle eterosessuali rispetto alla salute mentale, la soddisfazione di coppia o l’approccio ai bambini (Bos, Van Balen, Van Den Boom, 2004). Non sono state rintracciate inoltre differenze tra madri lesbiche ed eterosessuali riguardo all’autostima, all’ansia, alla depressione e allo stress genitoriale (Golombok, Tasker, Murray, 1997). L’unica differenza emersa è una condivisione maggiore tra madre biologica e madre sociale nelle attività di cura del figlio rispetto alla madre e al padre eterosessuale. Le madri non biologiche trascorrevano più tempo coi loro figli rispetto ai padri e si coinvolgevano maggiormente in attività di controllo e di disciplina.
A differenza della maggioranza dei genitori statunitensi, quelli omosessuali ricorrono meno alle punizioni fisiche, preferendo metodi più verbali come il ragionamento (Johnson, O’Connor, 2002).
 Lo sviluppo emotivo, i comportamenti dei bambini e la qualità delle loro relazioni non mostrano differenze rilevanti con quelli allevati da famiglie eterosessuali (Golombok, Spencer, Rutter, 1983).
 Non è stata identificata alcuna differenza tra coppie etero ed omosessuali per quanto riguarda il coinvolgimento emotivo, la soddisfazione materna, la frequenza dei conflitti, la supervisione dei figli, i comportamenti dei bambini osservati da genitori e insegnanti, autostima e presenza di disordini psichiatrici. Unica differenza con le madri single eterosessuali, le quali riportavano un più alto livello di stress, conflitti parentali e minore soddisfazione rispetto ai genitori in coppia, etero ed omosessuali (Golombok et al. 2003).


 I ragazzi con due madri unite in un “legame matrimoniale” non presentavano differenze sistematiche coi loro pari per quanto riguarda l’autostima, la depressione, l’ansia, il successo scolastico, l’integrazione con i vicini e l’autonomia personale (Wainright, Russell, Patterson, 2004).
 Sono le variabili processuali come la soddisfazione coniugale e le modalità di rapporto con i figli che influenzano il benessere psicologico, e non quelle strutturali come la composizione sessuale della famiglia (Fulcher et al., 2006).
 Lo sviluppo sociale di questi bambini è simile a quello dei loro pari con genitori eterosessuali. I familiari, gli insegnanti e gli stessi bambini descrivono in termini positivi le loro relazioni sociali (Green et al., 1986).
 Una ricerca italiana conclude che l’idea secondo cui “le famiglie omogenitoriali soffrono quotidianamente per la loro stigmatizzazione” si è rivelata essere un vero e proprio mito, che non ha riscontro nella realtà (Danna, 2009).
 Per quanto riguarda la confusione, nessuno dei bambini studiati ha mostrato confusione rispetto alla propria appartenenza di genere, al desiderio di appartenere all’altro sesso, né ha avuto comportamenti di travestitismo (Pawelski et al., 2006).
 I comportamenti dei bambini allevati da madri lesbiche si inseriscono nei parametri convenzionali come quelli dei bambini allevati da madri eterosessuali (Green, 1978; Brewaeys et al., 1997). I bambini maschi cresciuti da lesbiche non assumevano con più frequenza l’abbigliamento del sesso opposto (Green, 1986), né esprimevano una differenza nella scelta dei giocattoli (Hoeffer, 1981).

Gaia Rossi

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