Τετάρτη, 6 Μαρτίου 2013

Ripensare all’adozione


Ho sempre trovato una forte contraddizione tra la facilità con cui chiunque possa mettere al mondo un figlio e gli ostacoli a volte insormontabili che bisogna superare per adottarne uno. Secondo la tanto decantata natura – quella che si invoca per esempio quando si dice che un bambino deve avere genitori di sesso diverso – anche una persona completamente sprovvista di senso materno o paterno può concepire un figlio. Ma secondo i tribunali che abbiamo messo in piedi noi stessi solo le persone sposate, benestanti, eterosessuali e di una certa età possono aspirare a diventare genitori di un bambino che non ha una casa.

Un condannato per omicidio non ha bisogno di nessun “patentino” per poter diventare padre mentre una donna pronta a dare tutta se stessa per crescere il figlio che non può avere per motivi medici deve rispondere a criteri rigidissimi, che non tengono nessun conto della situazione reale.

Vi faccio leggere la lettera che ho ricevuto ieri da Alice, una giovane volontaria italiana in Vietnam, a cui il destino ha affidato una piccola bambina orfana, senza che nessun giudice possa dare valore giuridico a questo piccolo miracolo:


Ciao Daddy,
 Posso darti del tu?
 Mi chiamo Alice e ho 24 anni. Leggo sempre, sempre la tua rubrica e per me Internazionale è qualcosa di fondamentale, qualcosa che, quando abitavo ancora in Italia, scandiva le mie settimane. Adesso abito a Hanoi, Vietnam, e Internazionale ovviamente lo leggo su internet. Ma non è questo di cui voglio parlare; vorrei raccontarti la mia storia perché ho bisogno che qualcuno di estraneo alla mia famiglia e ai miei amici ascolti o, in questo caso, legga quello che ho da dire.

Qui a Hanoi ci sono venuta per volontariato, per arricchire il sacrosanto curriculum che dovrebbe aiutarmi a trovare il lavoro giusto. La mattina insegno francese in una scuola elementare e il pomeriggio lavoro in un orfanotrofio. È qui che inizia la mia storia. Un giorno ero nella camera dei bambini che hanno tra le poche settimane e i 6-7 mesi di vita. La stanza, come al solito, puzzava di latte, pannolini sporchi e sudore. Nel letto in fondo a sinistra due bambini dormivano placidamente, mentre uno invece piangeva a gran voce. Mi sono avvicinata al letto e l’ho preso in braccio. L’ho cullato per un po’, ma lui non smetteva di piangere, allora ho iniziato a cantare Somewhere over the rainbow e lui… ha smesso. Mi ha preso un dito con la sua manina e mi ha gaurdata. Siamo rimasti così, dito nella mano, occhi negli occhi, per non so quanto. E dentro di me è scattato qualcosa, un qualcosa di caldo che mi ha fatto battere forte il cuore e poi è finito nello stomaco, facendomelo contorcere.

Da quel giorno io e il bambino, che in realtà è una femminuccia (l’ho scoperto cambiandola, perché quel giorno aveva addosso dei vestiti da maschietto alquanto malconci) siamo diventate inseparabili. Ogni pomeriggio, dopo il lavoro, corro da lei e ormai tutte le nanny dell’orfanotrofio mi conoscono e mi lasciano prendermene cura. Faccio tutto per lei: la cambio, le dò il biberon, la lavo, la porto a fare passeggiate nel cortile, le pago le medicine quando si ammala (e, credimi, qui è un pullulare di malattie). Mi sono assicurata che il medico dell’orfanotrofio la visiti almeno una volta alla settimana e una volontaria fisioterapista mi ha insegnato gli esercizi che posso fare con lei ogni tanto per tenere allenati i suoi muscoli.

Sono passati due mesi e Keung Anh (questo è il suo nome) migliora di giorno in giorno: i capelli le sono cresciuti in quantità, gattona e sta mettendo su i dentini. E sorride. Sorride tantissimo. Ogni piccolo progresso mi commuove fino alle lacrime e allo stesso tempo mi rende fierissima di lei. Quando però, per un motivo o per l’altro, non vado all’orfanotrofio mi preoccupo fino a diventare ansiosa: voglio sapere con chi è, cosa fa, se piange e se c’è qualcuno che la può consolare, se le cambiano il pannolino e soprattutto se la trattano bene. Non averne la certezza è una cosa che mi fa impazzire. Questo miscuglio di sentimenti, gioia, dolore, preoccupazione, esaltazione… sono quelli di un genitore?

Vorrei veramente essere la sua mamma, portarla via da questo posto orribile nel quale è costretta a vivere. Qui, le nanny picchiano i bambini, anche quelli più piccoli. Gli gridano contro per ogni piccola cosa e li lasciano piangere per ore. Li legano ai letti. Come posso permettere che mia figlia cresca in un posto del genere?

Ho controllato le leggi italiane e ovviamente per una donna come me, single, senza un lavoro (mi sono laureata a settembre) e una casa sua, adottare è impossibile. Anche per le leggi vietnamite è quasi impossibile adottare un bambino senza essere sposati. Ma poi mi dico, anche se potessi adottarla, con quali soldi la crescerei?


La cosa meravigliosa, è che la nostra storia ha toccato molti cuori, più di quanti ne pensassi: non solo i miei amici e famigliari che seguono le nostre vicende grazie ai miei racconti su facebook, ma persino molte persone qui a Hanoi, che si sono offerte di aiutarci in qualsiasi modo. Anh ed io, siamo persino finite su uno dei giornali della capitale.

Daddy, hai qualche consiglio da darmi? Qual’è la tua opinione? Una tua risposta mi sarebbe davvero di grande aiuto :)
 Grazie,
 Alice.
 

Basta leggere questa email, questa storia bellissima e struggente, basterebbe anche solo guardarle nella foto qui accanto, per rendersi conto che nell’adozione bisogna cominciare ad applicare criteri più umani. Chi oserebbe negare che la cosa migliore per Anh sarebbe diventare la figlia di Alice, una potenziale mamma senza molti soldi ma ricchissima di amore?

Purtroppo non ho una grande risposta da dare ad Alice. Vorrei risolvere tutto con una bacchetta magica. Ma l’unica cosa che posso fare è raccontarvi la sua storia. Inoltre le ho mandato il link a questo articolo pubblicato giorni fa dal New York Times. È una favola che dà speranza, che mostra come – quando la legge glielo permette – un giudice possa fare una magia esattamente come una fata buona. 




Claudio Rossi Marcelli
 È un giornalista di Internazionale. Ha scritto Hello daddy! Risponde alle domande dei lettori all’indirizzo daddy [at] internazionale.it


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